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I BRAND ITALIANI VENDUTI ALL’ESTERO: COME PERDERE L’ITALIANITÀEsempi di italianità perduta e orgogli patriottici poco griffati

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In alto alla lista dei brand italiani venduti all’estero c’è Versace, acquistato dall ’ex startupper pelato, tale Michael Kors, che all’improvviso ha voluto impossessarsi del marchio italiano per 2 miliardi di dollari.

È un po’ come se Rockerduck comprasse la Barilla.

I commentatori si dividono subito in due scuole di pensiero: secondo la prima, più ottimista, i nostri marchi sono talmente lussureggianti che diventano ambitissimi dal mercato globale e se il mercato globale decide di acquistarli dovremmo andarne relativamente fieri.

Per la seconda scuola di pensiero, le nostre politiche industriali, il nostro sistema fiscale e la nostra abilità manifatturiera sono talmente fragili che gli stranieri, da un lato, ci danno una pacca sulla spalla e dall’altro hanno preso l’abitudine a sfilarci il portafogli.

La seconda scuola di pensiero è la più plausibile.

 

I brand italiani venduti all’estero: e i marchi di moda?

Mentre noi facciamo discorsi sui vaccini e su reality, pezzi interi di Italia vengono svenduti al primo compratore estero. Dai francesi di Macron ai cinesi con le valigette in contanti, agli oligarchi ceceni.

E i marchi di moda? La Perla va agli olandesi, Krizia ai cinesi, Valentino se l’è preso il Gatar, Loro Piana i galletti d’oltralpe.

Altri esempi di brand italiani venduti all’estero? La Unilever anglo olandese ha comprato l’Algida, La Sorbetteria Ranieri ha preso Riso Flora, Bertolli ha acquistato La Santa Rosa.

La Kraft foods americana ha preso Fattorie Osella Invernizzi. La Nestlè ha acquistato Perugina, Sasso invece la Ital Gel. Dello stesso elenco fanno parte Indesit, Italcementi, Alitalia e Telecom. Tutte ormai straniere.

Siamo il secondo paese manifatturiero d’Europa la cui manifattura esiste ormai solo per conto terzi.

 

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