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ADDIO ALLA CANNABIS LIGHT?

DOPO LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE, A RISCHIO QUASI 800 NEGOZI

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Cannabis light: cosa cambia adesso?

Sarà considerata reato la vendita di prodotti derivati dalla Cannabis sativa come olio, resina o foglie, solo per dirne alcuni. Questa la decisione della Corte di Cassazione, che sembra mettere la parola fine al commercio della cannabis light.

Prima: Secondo Decreto-legge del 2016, la Cannabis light poteva essere venduta, ma solo se contenente un Thc che va dagli 0,2 agli 0,6 milligrammi, una soglia che non provocherebbe alcun effetto psicotropo. Questo Decreto non solo permetteva di coltivare la canapa tra le piante agricole ma specificava anche i derivati, come quelli che abbiamo sopra indicato, che potevano essere commercializzati per il consumo in ambito alimentare, cosmetico, tessile e nel settore della bioedilizia. 

Adesso: la sentenza della Cassazione specifica che la forbice di Thc sopra indicata è valida ma solo per il principio attivo e non per i prodotti derivati. Quindi questi non rientrano nella legge del 2016 e sono comunemente considerati come “sostanze droganti” tassativamente non soggette alla vendita. La sentenza esclude dal reato i prodotti che sono in concreto privi di efficacia drogante e specifica. In questi casi saranno i giudici a valutare caso per caso se procedere al sequestro dei suddetti prodotti. 

Stop alla vendita di oli, resina, inflorescenze e foglie di marijuana sativa, perché la norma sulla coltivazione non li prevede tra i derivati commercializzabili. Per capire definitivamente quali prodotti siano a rischio i dovrà aspettare la sentenza completa della Cassazione. Intanto a esultare per la scelta della Cassazione sono il Ministro della Famiglia Fontana e quello degli Interni, Salvini. Quest’ultimo infatti aveva dichiarato “Siamo contro ogni tipo di droga e a favore del sano divertimento”. 

Il mercato della cannabis light in Italia

Ma quanto vale il business della cannabis light? Con la decisione della Cassazione è a rischio un mercato di 45 milioni di euro, stando almeno a quello che riporta il Corriere della Sera, con un fatturato medio di 40 mila euro annui per ogni attività. Sono ben 778 i negozi che adesso potrebbero chiudere. Una realtà immensa quella dei cannabis shop in Italia che, dal 2014 a oggi, sono aumentati del 289%. Un vero e proprio record di aperture che vede fra le regioni che ne contano di più, la Lombardia, con 134 punti vendita, il Lazio, con 105 e l’Emilia-Romagna, con 87. Agli ultimi posti invece ci sono Molise, Basilicata e Valle D’Aosta, che registrano solo 6 negozi. A rischio, non solo i negozi fisici, ma anche quelli online, come Cannabeasy che consegna in un’ora a Milano e in 48 ore in tutta Italia.

Secondo lo studio “Light cannabis and organized crime: Evidence from (Unintended) Liberalization in Italy“, pubblicato sulla European Economic Review, la cannabis è la droga più diffusa in Europa. La regolarizzazione di questo mercato significa non solo un’occasione di introiti per i Paesi, ma anche la possibilità di arginare il fatturato della criminalità organizzata: in Italia la cannabis light ha già fatto perdere alla criminalità organizzata dai 90 ai 170 milioni di euro all’anno. Già un primo risultato anche se il mercato italiano della cannabis illegale vale circa 3,5 miliardi. 

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