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Sara Ruggeri

VIC: MODA SOSTENIBILE E NOLEGGIO DI ABITI

LA SHARING ECONOMY COME ALTERNATIVA AL FAST FASHION

Sport

Noleggio di abiti: fashion sharing economy 

Ci sono alcune certezze che i Millennials o i ragazzi della Generazione Z hanno acquisito o stanno acquisendo nel loro rapporto con la moda:

  1. Difficile rinunciare all’acquisto di un capo che non si possedeva, nuovo e unico, indipendentemente dal fatto che sia riciclato o meno, preso in negozio, su una bancarella o su internet.
  2. C’è però una sempre maggiore coscienza ambientale e consapevolezza rispetto all’inquinamento causato dal campo della moda che spinge questi ragazzi a intraprendere strade diverse nel campo del fashion, a cercare vestiti e accessori a basso impatto ambientale.
  3. Amano, condividono e scelgono di seguire il trend degli abiti usati e del vintage, che però, non sempre risponde alla propria esigenza di acquistare vestiti nuovi. Inoltre spesso questi capi, comprati sulle bancherelle o in appositi shops, hanno un prezzo alto.
  4. Il maggiore interesse per il rapporto tra industria della moda e impatto ambientale porta questi ragazzi a optare per abiti in fibre naturali. Certamente si tratta di una scelta eco-friendly ma non risolve il problema dell’accumulo di capi che, sebbene più facilmente riciclabili, richiedono tempo per essere riciclati.

È possibile avere abiti senza possederli, quindi senza accumularli? È possibile pagarli poco? È possibile soddisfare il proprio desiderio di capi nuovi senza il rimorso d’inquinare, di sprecare, di essere soffocati da “roba inutile”? Beh la risposta è affermativa: esistono servizi di noleggio e condivisione di vestiti e accessori che prendono il nome di Fashion Renting. Si tratta di siti sui quali è possibile consultare un catalogo di abiti, scarpe, borse e accessori per poi noleggiarlo. 

  • Il prezzo per un abito firmato si aggira intorno al 10/20% del prezzo di listino (sono inclusi anche i costi di manutenzione e lavanderia).
  • Il noleggio non dura più di 8 giorni

E il Fashion Sharing, cos’è? 

Si tratta di mettere a disposizione il proprio guardaroba, dando in prestito vestiti e accessori che si usano poco. Un’ottima soluzione che permette di risparmiarsi la fatica di girare per negozi comprando abiti che non si utilizzeranno per più di una settimana. Molti siti di Fashion Renting e Fashion Sharing offrono abbonamenti mensili: pagando una quota fissa, si accede ad un numero di capi o accessori al mese. 

VIC, la piattaforma per noleggiare abiti firmati

Il progetto VIC, “Very important choice”, nasce quando Sara, al rientro dalla Danimarca, dopo un master in Imprese sociali, coinvolge Francesca, romana e docente esperta di moda sostenibile. Come ci racconta Sara, gli abiti sostenibili già esistono ma è difficile trovarli e accedervi e quando si trovano costano troppo. L’idea di VIC è innovare il settore della moda, attraverso una piattaforma di sharing di capi sostenibili. Con VIC è possibile, attraverso il modello della sharing economy, quindi di una sottoscrizione mensile di soli 49 euro, avere accesso a tre capi.

I capi sostenibili disponibili sulla piattaforma hanno un valore che va da 100 fino agli 800 euro e, quelli messi in condivisione, vengono dati direttamente dai brand. 

La piattaforma di VIC è partita ad aprile 2018, durante la Fashion revolution week con 8 brand al pre-lancio e 20 brand a settembre 2018. Il primo anno è stato dedicato al test dell’idea di questa moda sostenibile, in un secondo momento è diventato un vero e proprio servizio. Inoltre la startup ha in programma di realizzare nei prossimi 5 anni 10 showroom in 10 capitali europee. I dati ci dicono che il settore moda è oggi la seconda industria più inquinante al mondo. Quindi c’è certamente bisogno di una moda più sostenibile.

Altre piattaforme in Italia sono: 

  1. DessYouCan: L’utente può sia noleggiare che mettere a noleggio abiti. I vestiti dei privati vengono raccolti in showroom e conferiti a DressYouCan in noleggio in cambio di una quota fissa. Gli abiti in sharing vengono invece tenuti in stock presso un magazzino.
  2. ShareMyBag: questa piattaforma permette il noleggio di borse, accessori e scarpe

Le piattaforme di noleggio abiti nel mondo

  1. Chic By Choice
  2. Rent The Runway
  3. Babysharing: su questo sito le mamme e i papà di ridare vita agli oggetti e ai vestitini di bimbi vendendoli.
  4. Il progetto, Sharewear, nato in Svezia da un’iniziativa di VisitSweden col Swedish Institute, permette di fotografare un oggetto, caricare la foto su Instagram con l’hashtag #sharewear oppure sul sito Sharewear e, in questo modo, chi ne ha bisogno può farselo mandare a casa e tenerlo una settimana.
  5. Mud Jeans: su questa piattaforma gli utenti possono noleggiare un paio di jeans biologici e, dopo un anno, possono scegliere se scambiarli o restituirli.
  6. YCloset, Rent-to-runway e Le Tote offrono pacchetti per affittare vari capi durante il mese. Una volta usati basta riconsegnarli per poterne noleggiare altri. 

WRAP, l’agenzia per l’efficienza delle risorse del Regno Unito, ha identificato il fashion leasing come un modello di business innovativo che offre ai vestiti una durata maggiore, riducendo l’uso di materiale nella produzione e le emissioni di anidride carbonica. Secondo un sondaggio del Westfield Shopping Centre di Londra il noleggio di abbigliamento sta diventando un trend chiave per il futuro.

La Fast Fashion minaccia l’ambiente

Oggi più che mai si parla di salvaguardare il nostro Pianeta, di tutelare l’ambiente e di proteggerlo dal cambiamento climatico. Il movimento dei Fridays For Future è sceso in piazza proprio per chiedere questo. Tuttavia, sarebbe ipocrita voler migliorare le sorti della Terra senza considerare un cambiamento che includa anche la filiera della moda, la seconda industria più inquinante al mondo. È necessario che questo mercato sia più etico e più sostenibile in grado di produrre beni ecologici. La moda deve puntare a creare un rapporto più equilibrato tra ambiente e persone, un sistema che non sia un bulimico, continuo e frettoloso sistema di consumo, dove i capi sono “usa e getta”, ma una struttura di produzione e d’impiego più etica ed eco-friendly.

Il problema della Fast Fashion

Il fast fashion è un sistema di produzione e consumo della moda volto a realizzare capi d’abbigliamento e accessori “usa e getta”. Un meccanismo nel quale, gli abiti vengono indossati pochissimo prima di essere messi da parte o gettati. In Gran Bretagna, secondo una ricerca, 1/3 delle ragazze considera “vecchi” i vestiti dopo averli indossati una o due volte.

I numeri dell’industria Fast fashion sono impressionanti: 

  • Sono 3,5 miliardi i jeas prodotti ogni anno.
  • Secondo il sondaggio The State of Fashion 2019 realizzato da Bof-McKinsey, nel settore della moda, il consumatore medio compra il 60% in più di capi rispetto a 15 anni fa.

Ma di chi è la colpa di tutto questo? 

Al di là del cambiamento del mercato e dei ritmi di produzione, una fetta di responsabilità ce l’hanno anche digitalizzazione e social media, che velocizzano la diffusione di nuove tendenze rendendo il sistema moda nel suo complesso una continua corsa e rincorsa alla nuova tendenza, all’acquisto dell’ultimo capo. E, ovviamente, sono i più giovani a essere coinvolti in questo circolo vizioso della moda: dati alla mano, la Generazione Z e i Millennials, solo negli Stati Uniti, hanno un potere d’acquisto che ammonta a circa 350 bilioni di dollari, e nel 2020 i nati tra il 1995 e il 2012 rappresenteranno il 40% del mercato globale. Questo vuol dire che se il cambiamento non parte proprio da loro, l’impatto sull’ambiente sarà devastante

Già oggi il sistema produttivo della moda ha un impatto devastante sull’ambiente:

  • L’industria dell’abbigliamento e delle scarpe costituisce l’8% delle emissioni di gas serra, per un valore pari 3,990 milioni di tonnellate di CO2.
  • Il settore tessile supera la somma delle emissioni dovute al trasporto aereo e marittimo con i suoi 1,2 bilioni di tonnellate annuali.
  • Secondo un report delle Nazioni Unite per tenere il riscaldamento globale sotto l’1,5°C occorre agire prima di 12 anni.

Un mercato folle e veloce che vede soprattutto i più giovani come protagonisti della moda “usa e getta”, vittime e complici, a un tempo, di un mondo della moda dove l’unico obiettivo è la caccia all’ultima stagione.

C’è però un segno di speranza:

secondo The State of Fashion 2019 i due terzi dei consumatori mondiali tendono a boicottare i brand che fondano il loro business su posizioni controverse in merito alla produzione sostenibile. E sono proprio i giovani i primi a non essere clementi con queste aziende. 

Nello specifico queste sono le percentuali di chi si informa sul background di compagnie, sui loro metodi di produzione ed il loro aspetto etico oltre che economico:

  • Il 52% dei Millennials
  • Il 45% della Gen Z
  • Il 41% dei Baby Boomers.

Insomma, un movimento di giovani che guarda all’aspetto etico del fashion, alla tutela dell’ambiente: un abito non deve solo essere bello ma deve anche fare del bene all’uomo e all’ambiente.

Moda sostenibile: soluzione eco-friendly

Potremmo definire la moda sostenibile come la filiera che produce abiti, accessori o scarpe nel rispetto dell’ambiente, degli animali e degli uomini. Un sistema produttivo che rifiuta lo sfruttamento, maltrattamento e uccisione di qualsiasi essere per la produzione di materiali come lana o pelli. Quello della moda sostenibile è uno dei più recenti ma anche più affermati trend della moda.

Chi sta combattendo in prima linea per ottenere questo, è Greenpeace con “Panni Sporchi”, una campagna nata nel 2011 quando furono trovate nelle acque reflue delle fabbriche in Cina sostanze tossiche come metalli pesanti che, con il lavaggio degli abiti per denunciare le pratiche inquinanti del settore tessile e dell’abbigliamento. Non è solo la fase di produzione degli abiti che determina l’inquinamento dell’industria della moda. Un altro fenomeno in questo senso è il bioaccumulo, un processo attraverso il quale sostanze inquinanti si accumulano sulla pelle causando l’insorgere di gravi patologie. 

Fashion Experience a Milano

Come abbiamo detto, sono sempre di più le iniziative che vogliono sensibilizzare le persone in merito alla possibilità di una moda sostenibile, alternativo alla Fast Fashion. Ma, come ogni sensibilizzazione, questo percorso parte da una consapevolezza, da una presa di coscienza. Questo è quello che ha voluto veicolare Fashion experience, un’installazione interattiva che sarà presente a Milano fino al 30 giugno. È stata organizzata da Mani Tese col Comune di Milano e occupa tre padiglioni sferici situati in piazza XXIV maggio.

Il percorso si sviluppa in tre tappe: 

  1. Nella prima sono esposti un paio di jeans. Questo per far conoscere che, per realizzare questo indumento, vengono impiegati 3.800 litri d’acqua, 12 metri quadri di terreno e 33 chilogrammi di CO2.
  2. Il secondo padiglione, invece, affronta le implicazioni sociali, etiche e lavorative della produzione di abiti: una bimba indiana che cuce a macchina rappresentata lo sfruttamento di manodopera portato avanti da alcune aziende della moda.
  3. L’ultima tappa ha un chiaro obiettivo educativo: ogni visitatore è consumatore e attivista perché ha la possibilità di scegliere. Tutto ruota intorno ad un appello al mondo della moda: #madeinjustice

Moda sostenibile vs Fast fashion: i numeri

Ma veramente la moda sostenibile può essere un'alternativa alla fast fashion? 

I numeri sembrano dirci che sì, questo è possibile:

  • Entro il 2020 la moda eco-friendly varrà di 42 miliardi di dollari.
  • A trainare sono i paesi del Nord-Europa

Lyst, piattaforma globale di ricerche di moda, ha redatto una classifica dei 30 Paesi nei quali la moda sostenibile è più diffusa.

  1. Danimarca, Germania, Svezia, Svizzera e Norvegia sono nelle prime cinque posizioni.
  2. L’Italia, con un aumento del 78%, è invece in 12esima posizione.

L’indagine Lyst ha anche considerato anche i cinque prodotti sostenibili più comprati in Italia negli ultimi sei mesi: 

  1. Prima posizione per le Stan Smith in pelle vegetale nate dalla collaborazione tra Stella McCartney.
  2. Secondo posto per le Adidas e Parley Ultraboost, realizzate a partire da plastica raccolta dal mare e poi riciclata.
  3. Le Veja V10, sneakers sostenibili del noto brand francese.
  4. Quarto posto per lo zaino in plastica riciclata Fjällräven Re Känke.
  5. Quinto per Adidas con le Deerupt Runner Parley.

Moda sostenibile/eco-sostenibile in Italia

Secondo un sondaggio realizzato da Ipsos Mori per Changing Markets Foundation e Campagna Abiti Puliti gli italiani si stanno avvicinando alla moda eco-sostenibile. 

  • Il 64% non è più disposto ad acquistare abiti da marche la cui produzione inquina.
  • Il 72% crede sia d’obbligo che le aziende siano chiare e trasparenti nel comunicare i dettagli della filiera produttiva.

La sostenibilità però è un contesto più ampio e comprende numerosi aspetti, dall’economia circolare all’impiego di materiali ecologici passando per la trasparenza della filiera produttiva: 

  • Per il 78% degli intervistati è fondamentale che i marchi d’abbigliamenti diano una giusta retribuzione ai propri lavoratori.
  • Il 58% afferma che non comprerebbe mai un capo realizzato da un lavoratore sottopagato o sfruttato.
  • Il 66% dei millennials è disposto a spendere di più per per comprare abiti realizzati da quei brand che sono più rispettosi dell’ambiente e dell’etica lavorativa.
  • Il 59% dei clienti crede che naturalmente i brand diano vita a capi eco sostenibili.

Come riconoscere la moda sostenibile?

Ci sono certificazioni, rilasciate da enti internazionali e locali che testimoniano la sostenibilità dei capi:

  1. Fair Wear Foundation e SA 8000 documenta che la realizzazione di un capo è stata effettuata nel pieno rispetto dei diritti umani dei lavoratori.
  2. BlueSign garantisce la sostenibilità sociale e ambientale dei vestiti realizzati.
  3. Organic Content Standard (OCS) attesta che i propri capi sono realizzati solo con fibre naturali e che queste provengono da agricoltura biologica.
  4. Forest Stewardship Council (FSC) garantisce che le materie impiegate derivano solo da piantagioni forestali e boschive dove si coltiva in maniera sostenibile.
  5. Animal Free certifica la rinuncia totale o parziale all’impiego di materie di derivazione.

Il trend della moda eco-sostenibile 

Uno studio condotto da McKinsey, sottolinea come il sostenibile sarà uno dei dieci trends nel fashion del futuro. Infatti più del 65% dei consumatori dei mercati emergenti e il 32% di quelli europei e americani, si stanno interessando a uno shopping sostenibile.

Nel 2018 la moda ecosostenibile è salita alla ribalta grazie a star internazionali ma anche ai social media. Da quando Meghan Markle ha indossato sneaker eco-friendly, la loro ricerca su Lyst è cresciuta del 113% in un anno. Sempre Lyst, motore di ricerca del mondo della moda sostenibile, ha registrato un +47% nelle ricerche di capi sostenibili. Grande successo soprattutto per i capi in “econyl”, “pelle vegana” e “cotone biologico”.

Numerosi brand si sono spostati per puntare sui prodotti sostenibili: Timberland ha lanciato la collezione footwear chiamata ReBotl, mentre Herno, realizza capi “green” con tessuti Sensitive Fabrics. Anche H&M ha lanciato la nuova linea Conscious completamente eco-friendly. 

Le Star scelgono la moda sostenibile

Sempre più Star ricercano una moda etica ed ecologica. Vediamo quali sono:

  • Emma Watson, spesso impegnata in molte lotte sociali indossa spesso abiti fatti con materiali riciclati.
  • Meghan Markle considera Veja uno dei suoi brand preferiti. Questo è famoso in tutto il mondo per aver lanciato scarpe da ginnastica completamente eco-friendly.
  • Cate Blanchett ha partecipato al Green Carpet dove si promuove la moda eco-friendly. 

Gli Oscar della moda sostenibile 

Lo abbiamo detto, il mondo della moda sostenibile si sta facendo sempre più spazio nel panorama italiano del fashion. Lo scorso settembre a Milano si sono tenuti gli Oscar della Moda sostenibile

Tra gli altri hanno partecipato Orange Fiber, azienda italiana che realizza gli abiti a partire dagli agrumi, Pinatex che ricava un tessuto cruelty free e sostenibile dalle foglie dell’ananas o Carlotta Canepa che ha realizzato una collezione seguendo i principi dell’ecosostenibilità. Premiati anche gli occhiali da sole di Reformation creati con cellulosa biodegradabile, i jeans a zampa anni ’70 Stella McCartney e gli stivali con tacco gioiello Gabriela Hearst, su Net-a-Porter.

Fashion Tech: scuola d'innovazione

Dal prossimo gennaio la capitale italiana della moda, Milano, è pronta ad accogliere il programma FashionTech, un campus che durerà tredici settimane durante le quali alcune startup apprenderanno gli strumenti per la crescita del proprio business grazie al supporto di esperti come Accenture, Coin, Gruppo Prada e altri,  Nello specifico le startup saranno 10 e verranno da tutto il mondo. 

L’obiettivo di FashionTech è formare gli imprenditori di domani nel settore della moda. Sarà data un’attenzione particolare ai progetti che cureranno aspetti come la sostenibilità, l’impiego di nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale.

I brand della moda sostenibile

Nonostante non sia semplice costruire un business basandosi solo sulla realizzazione di capi d’abbigliamento sostenibili, ci sono molte aziende che riescono a farlo e con successo. 

  1. La designer Martine Jarlgaard ha deciso di rendere trasparente l’intero processo di produzione.
  2. Honest By, fondato nel 2012, è stato un pioniere della tracciabilità. Addirittura ha indicato la composizione persino di zip, bottoni e spille da bali.
  3. Stella McCartney fin dal ’97 ha realizzato una maison 100% eco-friendly.
  4. Hennes & Mauritz nel 2017 ha creato Arket, un marchio che specifica luogo di produzione di ogni capo.
  5. Entro il 2030 tutto il gruppo H&M userà solo materiali 100% riciclati.

Tre brand Made in Italy

  1. Rebello: diventa famosa nel 2015 grazie a una collaborazione con Ivana Omazic (Margiela, Miu Miu, Celine, Prada) in veste di Art Director. Oggi realizza la propria linea ecosostenibile in Italia, Turchia e Grecia.
  2. Quagga: nasce nel 2010 e realizza giacche ecologiche e vegan con materiali di scarto industriale.
  3. CasaGIN: crea intimo per uomo e donna con materiale vegan realizzato con materiali di origine naturale innovativi e sostenibili.

La case history di Join Life

  1. Oysho è un marchio homewear e beachwear di Inditex e realizza collezioni a basso impatto ambientale. La linea “Weare the change” è realizzata con materiali ottenuti dal riciclo di vecchie reti da pesca o moquette. Il progetto Join Life di Oysho non coinvolge solo la scelta di materiali ma anche una logistica sostenibile dove vengono riutilizzati scatoloni, sacchetti e grucce di plastica riciclati. Inoltre, attualmente, il 91% dei punti vendita del brand risparmia il 20% di energia e il 50% di acqua. L’obiettivo di Oysho per il 2020 è quello di arrivare a zero rifiuti prodotti nei negozi, negli uffici e nei centri logistici per garantire qualità dei prodotti e rispetto delle persone e dell’ambiente.
  1. Anche Pull & Bear ha aderito al progetto Join Life per rendere i propri negozi eco-efficienti entro il 2020 ottenendo, in questo modo il certificato Gold LEED che premia la massima efficienza ambientale. Pull & Bear ha inoltre promosso con la competizione di surf “Pull & Bear Pantín Classic Galicia Pro 2017” un progetto ambientale per raccogliere, selezionare e riciclare i rifiuti.

Moda sostenibile ed economia circolare 

Abbiamo parlato di fast fashion e dell’alternativa che la moda sostenibile può offrire.

Il problema dell’inquinamento generato dal settore della moda sta a monte, nell’intero sistema produttivo. La scelta di abbracciare un’economia circolare è l’unica strada per ridurre l’inquinamento. Optare per materie prime giuste che possono essere reimpiegate e riciclate è l’unico modo per far sì che la filiera produttiva della moda sia meno inquinante. 

A oggi solo l’1% degli abiti vecchi è utilizzato per farne di nuovi. Il Copenhagen Fashion Summit e la Circular Fibres Initiative stanno cercando, in partnership con Stella McCartney, di far transitare il sistema produttivo della moda da un modello lineare ad uno circolare. Intanto i brand si organizzano e fanno quello che possono: H&M e Marks & Spencer hanno stabilito piani di reso per gli abiti usati, mentre Primark ha annunciato il suo schema per il 2019

Eileen Fisher col programma “Renew” che prevede la restituzione in negozio di capi non troppo rovinati per creare nuovi modelli.

Riciclare vecchi vestiti

È da poco passato il cambio di stagione e in molti si saranno ritrovati a dover buttare molti abiti usati, anche poco. Certamente questo comportamento non giova all’ambiente, anche perché molti di questi abiti sono fatti con fibre sintetiche, quindi non riciclabili. 

Nonostante il trattamento degli abiti come rifiuti riciclabili sia sancito dalla Legge Ronchi ormai già dal 1994, a oggi solo il 12% dei rifiuti tessili lo è. Se l’Italia triplicasse le attuali 80 tonnellate di abiti raccolti, si risparmierebbero 36 milioni di euro sullo smaltimento di rifiuti.

Una prima soluzione per evitare di buttar via gli abiti usati viene dal web. Esistono piattaforme online sulle quali è possibile vendere gli abiti: quali sono?

  1. Ebay
  2. Depop, applicazione sulla quale si possono caricare le foto degli abiti da rivendere.
  3. Shpock, consigliato per chi cerca qualcosa di vintage
  4. Etsy, amato soprattutto dalle ragazze della Generazione Z

A New York sono famosi gli Swap Party, luoghi dove le ragazze s’incontrano per barattare i propri abiti. Gli Swap Party si stanno diffondendo anche in Italia: sono i mercati e i negozi del “second hand”, in netto aumento, soprattutto grazie al grande rilancio del vintage.

Riciclare vecchi vestiti, ecco dove portarli

Anche le grandi firme si stanno organizzando per intraprendere la strada della moda sostenibile: 

  • H&M ha lanciato il programma “Garment Collecting” che permette di consegnare alla cassa un sacchetto di abiti usati e ricevere in cambio un buono da 5 euro.
  • Patagonia: nel 2011 ha lanciato un nuovo modello di giacca invitando però, chi non ne avesse bisogno, ad astenersi dall’acquisto. Inoltre questo brand ha sia un programma gratuito di riparazione dei capi che una sezione di tutorial dove ognuno può apprendere come a aggiustare una toppa o sostituire una zip.
  • North Face: consente di restituire nei propri punti vendita gli indumenti e le calzature usate di qualsiasi marca e stato di usura.
  • Intimissimi: attivando una carta, si possono consegnare cinque capi di qualsiasi marca e ricevere un buono da cinque euro da spendere entro una data. Attenzione, la promozione in corso finisce il 30 giugno 201.
  • Lush: oltre a mantenere il packaging al minimo per limitare gli sprechi ambientali, questo brand impiega solo plastica riciclata PET per alcuni prodotti come i flaconi di shampoo e gel-doccia.

Refashion: cos’è?

Facciamo un attimo il punto sulla situazione. State svuotando l’armadio e siete pieni di abiti vecchi, che non utilizzate più. Potete gettarli, ma questa soluzione pratica e veloce non è certamente in linea con la vostra attitudine eco-friendly. Potete rivenderli su piattaforme online oppure portarli in negozi deputati alla raccolta. Tuttavia ci sono anche altre possibilità. Una su tutte è quella che i fashion designer definiscono “Re-Fashion” (detta anche dagli inglesi DIY, Do It Yourself): divertirsi, tagliare, cucire, togliere e aggiungere, modificando i propri abiti. 

Vestiti ecologici in fibre naturali

Una valida soluzione può essere certamente quella di optare per abiti realizzati con Fibre naturali, che, ad oggi oggi rappresentano il 40% di quelle tessili utilizzate. Ma quali sono e che proprietà hanno le fibre vegetali?

  1. Prima fra tutte le Fibre naturali c’è il cotone, prodotto in Cina, Stati Uniti, Pakistan, India, Uzbekistan, Turchia e Brasile, principalmente, anche se sta emergendo in altre zone, in Africa: Mali, Benin, Burkina Faso, Ciad.
  2. Altre sono la juta, in India e Bangladesh, la canapa, la fibra di cocco, il lino, la seta.

Sharing economy: cos'è?

Abbiamo già detto che per limitare l’impatto inquinante del settore della moda può essere ridotto solo se si ripensa completamente il modello economico da seguire. Non più un sistema lineare ma un’economia circolare che sia in grado di pensare, già nel momento della produzione, all’eventuale smaltimento dei materiali, al riciclo dei tessuti e delle fibre utilizzate. Ma cos’è la sharing economy? Detta anche economia della condivisione essa è stata definita dall’autrice di What’s Mine is Yours: How Collaborative Consumption is Changing the Way We Live (Harper Collins, 2010) Rachel Botsman, un modello destinato a durare, ma nel tempo si è dispersa la cognizione di cosa sia. Secondo lei la sharing economy è un sistema economico basato sulla condivisione di beni o servizi dagli individui.

Sharing economy in Italia

Attualmente il giro d’affari della sharing economy si aggira intorno ai 3,5 miliardi di euro per 200 piattaforme attive. Tuttavia il numero di queste sta aumentando del 10%. Stando ai dati del report “Participation in the Sharing Economy: European Perspectives”, l’82% degli italiani conosce la sharing economy. I settori della sharing economy più diffusi nel nostro Paese sono l’home sharing (22,7%) e i trasporti (18,8%). 

Collaboriamo ci informa in un report che le piattaforme digitali di sharing in Italia sono 125 divise in 11 settori. Fra queste:

  • Sardex, un circuito di credito commerciale per le economie locali.
  • Sharewood, per condividere attrezzature sportive ma anche esperienze di viaggio.
  • Gnammo, la prima piattaforma di social eating.

Il 2017 è stato un anno interessante per la Sharing economy in Italia: secondo i sondaggi di SWG, la Sharing economy è vista come driver per lo sviluppo delle città:

  • Il 54% degli intervistati pensa che la sharing economy sia un volano importante per l’economia locale. La percentuale sale al 61% fra i residenti in comuni con più di 100.000 abitanti.
  • Per quanto riguarda i servizi più utilizzati, il 45% usa il car sharing e il 40% il bike sharing. Il 22% per il car pooling.

Secondo lo studio dell’Università di Pavia commissionato da PHD Italia, il 7,3% degli italiani usufruisce dei servizi di sharing economy e il numero salirà fino quasi al 21,5%. Questo studio inoltre sostiene che la Sharing Economy potrebbe valere nel 2025 14,1 miliardi. 

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