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Sara Ruggeri

RAGIONIAMO SENZA FRETTA SUL LAVORO A DISTANZA

Tg Pop News

Lo smart working ci ha cambiato, niente sarà più come prima. Niente. Vuoi mettere lavorare in mutande da casa, al massimo con la giacca e la cravatta a livello mezzobusto giusto per le call via zoom o team o Skype? E sbattertene delle distanze e dei mezzi pubblici? Ed evitare il contatto con i capi più stronzi e i colleghi più patibolari?

 Lo smart working è la vera rivoluzione, dice la ministra del Lavoro Dadone che infila nel decreto Rilancio una serie di emendamenti che prevedono per il 50% dei dipendenti pubblici il lavoro da casa fino a dicembre 2020, che diverrà per il 60% nel 2021. Quindi, dopo il Covid, viva il lavoro che si trasforma e che testa “la resilienza delle tua azienda” -come dice la Digital Innovation delle School of Management del Politecnico; e se lo smart working lo fanno grandi aziende come Allianz, Sky, Generali, Sman, Ubi, Accenture, L'Oreal, Illimity ecc..; e se tutt’ora specie nelle gran Milàn le grandi aziende mantengono l’80% dei dipendenti a casa (prima del Covid era il 53%), be’, chi sono io per annacquare la rivoluzione? Anch’io smart working. Evvai. Fantastico. Mi sento la rotelle nel grande ingranaggio, un vaso sanguigno del cuore produttivo, un vagoncino attaccato alla locomotiva del Paese. Dio, lavoro da casa.
Certo, magari uno ha poi i bambini che si attaccano alle gambe dei tavoli, suonano i Led Zeppeli alla chitarra elettrica, si menano mentre tu devi fare una riunione col marketing blindato in bagno, mentre tua moglie è barricata in cucina alle prese con un webbinar rumorosissimo. Ma non fa niente, lo smart working è il futuro. Però. Però mi chiedo anche: perché il sindaco di Milano Sala rivuole i suoi in ufficio; mica sarà solo perché i bar e i ristoranti e i negozi del centro sono vuoti, la Ztl ha quasi azzerato le multe, o che quelli che erano fancazzisti prima in ufficio, ora, da casa si sono altamente specializzati? Naaa..

E un po’, però mi chiedo, perché Dario Di Vico sul Corriere delle sera cita uno studio fichiussimo di Enrico Moretti docente di geografia del lavoro a Berkeley, il quale afferma che “nel lungo termine sparpagliare la manodopera non dà un contributo di creatività” e che “i progetti che sono realizzati oggi con lo smart working erano disegnati, prima col lavoro di gruppo, e con quelli di domani non potremmo scommettere sulla loro qualità”? Insomma. Non sarà che destrutturare le organizzazioni -soprattutto quella della non efficientissima pubblica amministrazione italiana- sia un tantinello prematuro. Pensateci, mentre io vado ad arare l’orto, calo la pasta e faccio pilates via Zoom…

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