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Irene Fassini

PROBLEMA CLIMATICO O POLITICO?

SE LA QUESTIONE AMBIENTALE NON È SOLO AMBIENTALE

PopEconomy XL

Il problema del clima in Italia

Ogni volta che si parla di pregiudizio sui cambiamenti climatici, mi vengono in mente Totò e Peppino che, stralunati, sbarcano alla stazione di Milano in colbacco e pelliccia, convinti di avventurarsi nel cuore dell’Antartide. Il grande problema del clima è che oramai si tende a confondere quello atmosferico con quello sociale e, soprattutto politico. E per i liberali, convinti della necessità del libero traffico delle idee, il fatto che l’argomento “clima” sia appannaggio delle sinistre è fastidioso. Ecco perché abbiamo apprezzato il fatto che alcuni dei maggiori climatologi italiani del CNR di vario orientamento politico (Antonello Pasini, Carlo Barbante, Roberto Buizza, Susanna Corti, Silvio Gualdi, Piero Lionello e Stefano Tibaldi) abbiano inviato ai quotidiani “di destra” una “Lettera aperta ai liberisti italiani”. Nella lettera i messaggi sono chiari: Dice Carlo Barbante, “Nessuno sa quale equilibrio di mercato, regolamentazione, leva fiscale e interventi pubblici sarà necessario per individuare un nuovo modello economico sostenibile, che tenga conto dei limiti planetari, in termini di emissioni in atmosfera e di risorse disponibili. Per vincere questa sfida colossale c’è bisogno del contributo di tutti, liberisti e interventisti”. Tradotto, significa: evitiamo di cadere nella polemica degli schieramenti ideologici, dell’idea che chi metta in discussione la funzione sociale di Greta Thunberg sia un fascista e chi afferma che l’idroelettrico abbia più appeal del petrolio sia un extraparlamentare avvezzo al lancio delle molotov. Esiste la via di mezzo del buonsenso. Ha ragione lo scienziato Antonello Pasini, quando mette in guardia dal rischio delle tifoserie estreme: “Come avviene negli Stati Uniti o in Brasile, una contrapposizione tra schieramenti, per cui si va insensatamente a votare sulla distruzione del pianeta, con il serio rischio che vinca chi inconsapevolmente lavora per la distruzione”. La realtà è più complessa. Occorre sedersi a un tavolo e vagliare tutte le evidenze scientifiche, al di là degli slogan. E non serve nemmeno fare l’esegesi del pensiero di Carlo Rubbia tirato in ballo dai tradizionalisti cattolici contro Papa Francesco e per difendere la politica anti-accordi di Parigi di Trump. Ed è inutile che i “gretini” marcino per il clima appoggiati da Pd e 5 Stelle (che sul clima ci marciano); e che, contemporaneamente, ad Oslo si celebri un convegno negazionista benedetto in Italia da Gasparri e Comencini. Ma chissenefrega di Trump, di Greta e dei negazionisti, scusate. Allora, giusto per restare in ambito iperliberista si potrebbero citare l’articolo di Forbes What would Milton Friedman do about climate change in cui economisti repubblicani affermano che proprio il guru del liberismo volle la carbon tax, o Reagan contro il buco dell’ozono. O lo studio di Moody’s Analiytics (non esattamente di comunisti) che afferma che due gradi in più riscaldamento costano 69mila miliardi di dollari entro il 2100. Insomma, il dibattito è aperto. Basta non gridare; noi padri, in fondo, questo mondo l’abbiamo preso in prestito dai nostri figli… 

Climate change in U.S.A

Dall’Italia agli Stati Uniti, la musica non cambia: da Nixon a Bush, fino a Clinton, ecco come la strategia di repubblicani e democratici hanno coinvolto il destino del nostro pianeta. Questa è la faccia di un ambientalista americano, Richard Nixon. Ex presidente repubblicano degli Stati Uniti, tempo fa, l’ambientalismo era un problema di entrambi gli schieramenti, ma è tutto cambiato per colpa sua, e sua. Molti ricordano Nixon per il Watergate, ma un sondaggio lo ha nominato il secondo presidente più verde, dietro a Teddy Roosvelt, perché ha creato Epa e Noaa; ha varato diverse leggi per l‘ambiente. Alcuni dicono che era solo strategia per le elezioni del 1972 contro il democratico Edmond Muskie. Negli anni ‘70 la strategia dei repubblicani era di essere più green dei democratici. La tradizione degli ambientalisti continuò fino a George H. Bush, che firmò l’emendamento per l’aria nel 90 e appuntò un conservazionista a capo dell’epa, ma negli anni Bush diventò sempre meno ambientalista, a causa di una crisi che costrinse a mettere al primo posto l’economia e non l’ambiente e poi ci furono questi due (…) a sfondare Bush per la Casa Bianca. C’era Al Gore, che scrisse un libro poi divenuto documentario “Una verità scomoda”. Questo fu visto come minaccia dalla destra, con Bush a dichiarare che si stava battendo per l’ambiente per ogni cittadino americano. Clinton e Gore dissero che l’ambientalismo avrebbe creato nuovi lavori, proteggere l’ambiente era un argomento diviso in due: non si può dare colpa alle elezioni del '90, ma ci sono stati diversi fattori, ma da quegli anni l’elettorato ha votato in maniera opposta. I democratici sostengono che difendere l’ambiente darà utile per il lungo periodo, mentre i repubblicani sostengono l’opposto, dunque entrambi gli schieramenti difficilmente si troveranno d’accordo proprio per attirare a sé gli elettori.

L’ambientalismo come nuova religione: è l’interessante tesi dello scrittore Micheal Crichton, durante una conferenza per gli studenti americani nel maggio del 2005: “L’idea che gli antropologi hanno di cosa costituisce una religione, sono diversi dal categorizzare cristiani, musulmani, da un punto di vista antropologico una religione è un insieme di principi: c’è un leader che promuove il credo tra i fedeli, i fedeli danno il loro contributo cambiando anche la loro vita; la religione dà loro la visione del mondo, cosa è giusto o sbagliato e tutto questo è l’ambientalismo, l’altra cosa è che combacia con molti principi giudeo-cristiani come la presenza dell’Eden.

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