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Irene Fassini

TRIESTE, CITTÀ MITTELEUROPEA VERSO UN NUOVO FUTURO

IL PORTO DI TRIESTE E LA RINASCITA DELLA "FREE ZONE"

PopEconomy XL

Trieste rinasce dal porto

Il gruppo di lavoro Secolo IV, un team di ricerca partecipata, ha voluto restituire alla città il dinamismo di un tempo. Per Giulia Mascolino “Trieste non è da vedere come la vedono tutti, come una vecchia signora, ma come una ragazzina che vuol decidere cosa può fare”. Il progetto è nato da una raccolta dati per passare poi, in maniera partecipata, a considerare i problemi della città, come l’assenza di lavoro, la necessità di una classe dirigente politica o la fuga dei giovani dalla città, i 2/3 dei quali dicono di voler tornare. Questa città ha una grande risorsa: il porto franco di Trieste che oggi, grazie una serie di interventi, l’ha rilanciata sul piano internazionale. 

Il porto di Trieste, la storia della città

La città sale alla ribalta dell’epoca moderna quando il porto di Trieste diventa un importante scalo commerciale nel 1717 a seguito della dichiarazione della libertà di navigazione nell'Adriatico,  e della concessione della Patente di Porto Franco nel 1719 da parte di Carlo VI d'Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero. Quella del porto franco di Trieste è quindi una storia lunga: nel 1947 il Trattato di pace riconosce a questa città vantaggi economici e fiscali ma ci vorranno 7 anni perché entrino in vigore a tutti gli effetti. Nel 1957 l’Italia entra in quella che diventerà a tutti gli effetti l’Unione Europea così anche un organo moderno e contemporaneo riconosce il porto di Trieste come porto franco. Solo nel 2017 questo riconoscimento, con tutti i vantaggi che ne conseguono, diventa effettivo. 

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Porto vecchio di Trieste: com’è oggi?

Trieste è prima di tutto il suo Porto. Il porto Vecchio di Trieste cresce e con lui è cresciuta la città. Venne costruito dall’Impero Austro-Ungarico tra il 1868 e il 1887. Negli anni questo “organo della città” è cresciuto e oggi copre un’area di circa 617.000 mq e si estende dallo sbocco del Canale di Ponterosso all’abitato periferico di Barcola in un’area che comprende 5 moli, 3.100 metri di banchine e 23 grandi edifici tra hangar, magazzini ed altre strutture. Una struttura immensa che testimonia il glorioso passato mercantile e industriale della città, da sempre uno dei punti nevralgici del commercio.

Il porto franco di Trieste nel 2017

Trieste è pronta a un grande rilancio politico, economico, sociale e culturale su piano internazionale grazie al suo porto, e ai vantaggi commerciali ed economici sanciti fin dal secondo dopoguerra e poi dimenticati negli anni. Solo nel 2017, con un decreto messo in atto dall’autorità portuale il porto di Trieste è stato rilanciato diventando, a tutti gli effetti, porto franco internazionale. Con la dichiarazione del porto franco internazionale lo scalo marittimo di Trieste può sfidare i giganti del nord, da Rotterdam ad Amburgo, forte di nuovi che permettono a questo scalo del Nord-Est di essere uno dei più efficienti in Europa. 

  1. Innanzitutto, dal punto di vista fiscale, chi importa ed esporta a Trieste avrà 60 giorni di tempo per pagare le imposte alla dogana. A Rotterdam addirittura c’è la possibilità posticipare il pagamento per un mese, mentre negli altri porti d’Italia occorre pagare in anticipo. In questo modo l’utilizzo dello scalo è più accessibile e appetibile: le aziende che troveranno comodo e conveniente utilizzarlo probabilmente inizieranno a trasferire nell’area intorno al porto, la free zone, alcune loro sedi creando, così, vantaggio economico, d’indotto per la città e per l’Italia tutta. 
  2. Azzeramento delle pratiche burocratiche perché l’unico unico punto di riferimento per gli operatori è l’autorità portuale e non ci sono interlocutori plurimi e frammentati.
  3. Ovviamente l’esportazione in tutta Europa è il vantaggio più ovvio. Il discorso vale soprattutto per prodotti ad alto valore mentre vale per le merci di poco valore, come magliette o scarpe che vengono dalla Cina.

Oggi i numeri del porto sono impressionanti:

  • Dal porto di Trieste partono 170 treni merci a settimana.
  • Di questi, due al giorno per Budapest, 2 per la Slovacchia, 4 per Monaco, altri 4 per la Repubblica Ceca ma anche per Vienna, Strasburgo, Colonia.
  • Ogni giorno tre navi salpano dal porto di Trieste in direzione Turchia

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Il porto franco di Trieste compie 300 anni

Il 18 marzo del 1719 l'imperatore Carlo VI ha sancito, con una patente, la trasformazione del porto di Trieste e conseguentemente della città tutta. Lo scalo del Nord-Est divenne così uno dei punti nevralgici del commercio Europeo. Nel giro di quattro generazioni la città passò da 3mila a 30mila abitanti, e nei primi del Novecento se ne contavano 250mila.

Trieste free zone: il futuro del porto

Cos’è FREEeste, la Trieste free zone? FreeEste sta per Free Zone of Trieste e si tratta di un’area intorno al porto destinata a logistica e stoccaggio delle merci ma dove, come accennato in precedenza, le aziende potrebbero svolgere attività manifatturiere e industriali. La realizzazione di quest’area è avvenuta grazie all’acquisizione per 21 milioni di euro da parte di Wärtsila Italiadi un’area nel dicembre 2017. Lo spazio è di 240mila metri quadri, di cui 74mila coperti e include un raccordo ferroviario con la stazione di Aquilinia. Zeno D’Agostino, presidente dell’autorità portuale di Trieste ci dice: “Il vantaggio di Trieste è il porto franco internazionale, quindi le merci che entrano qui dentro non sono ancora sottoposte alle tasse come l’IVA e finché sono qui possono rimanere in maniera illimitata. Col Decreto del 2017, il Governo ha stabilito di creare altri punti franchi al di fuori del porto ma comunque sempre nella zona FreeEste che sarà destinata alla produzione manifatturiera. In questo modo si aumenta anche il traffico del porto”. 

Il porto di Trieste e il futuro della città

C’è anche un altro punto da considerare relativamente al porto di Trieste. Il 70% delle merci che si trovano qui ha una destinazione non italiana. È impensabile quindi che questo punto restino tagliate fuori alcune importanti tratte commerciali nel mondo.

Dal porto di Trieste alla Baviera

Nel 2018/2019 il porto di Trieste ha decretato una nuova linea di collegamento ferroviario, TRINUR che sarà potenziata entro la fine del 2019 e che collegherà Trieste con Norimberga. L’obiettivo è sempre quello di accrescere la sua connettività ferroviaria con l’Europa centrale. Il nuovo collegamento dimostra quanto la Baviera possa contare su un’integrazione sempre più solida con il porto di Trieste. Per ora TRINUR collega il molo V di Trieste con quello di TRICON di Norimberga, gestito dal Gruppo “Bayernhafen” ma il servizio si svilupperà poi utilizzando come portale ferroviario anche Cervignano comprendendo, in questo modo, il traffico generato dal territorio del Friuli Venezia Giulia. 

Porto di Trieste e Lussemburgo 

Dopo l’accordo con Norimberga, che permetterà di offrire un’alternativa di ingresso da sud per le merci dirette ai mercati del centro Europa, il porto di Trieste si è riconferma un polo dinamico e a vocazione internazionale. Grazie all’accordo con Société Nationale des Chemins de Fer Luxembourgeois (CFL) il porto vuole consolidare il sistema di collegamenti con i mercati dell’Europa Centrale. Nel concreto si tratta di predisporre tre viaggi di andata e ritorno alla settimana per Bettembourg-Dudelange destinato ai semirimorchi. Il nuovo accordo ha l’obiettivo d’incoraggiare, seguendo il concetto della “pipeline intermodale”, l’ottimizzazione dei collegamenti ferroviari lungo il corridoio Trieste-Bettembourg-Dudelange.

L'accordo con China Communication Construction Company

Le autorità del porto di Trieste e la società cinese China Communication Construction Company, hanno firmato un accordo. Zeno D’Agostino ci racconta meglio i punti dell’accordo: 

  • Una serie di potenziali investimenti nelle infrastrutture portuali triestine. 
  • Un’intesa per la costruzione di una mega piattaforma in Slovacchia.
  • La costruzione di un magazzino a temperatura controllata per l’export del vino.

Come abbiamo approfondito nel contenuto sul Via della Seta fra Cina e Italia, la firma del Memorandum of Understanding a sostegno della Belt and road Initiative (BRI) ha portato alla stipulazione di accordi specifici tra il Paese del Sol Levante e il Porto di Trieste. Questo accordo con CCCC permetterà l’accrescimento dell’influenza del porto di Trieste in Europa centrale e nei mercati marittimi cinesi, consentendo all’Autorità di Sistema Portuale di esplorare nuove opportunità collegate al progetto di CCCC per la costruzione e gestione del grande terminal intermodale di Kosiče (Slovacchia). La scelta di CCCC non è certo stata casuale: si tratta di una delle più grandi aziende nel settore delle infrastrutture. Quotata alle borse di Hong Kong e Shanghai, la CCCC è presente in 155 paesi, con un fatturato annuale superiore ai 90 miliardi di dollari.

Acciaieria Servola: quale futuro?

Trieste città di mondo, porto del mondo: da un lato il mare e dall’altro il Carso, la città è tagliata in due dalla strada che porta a Lubiana passando per Servola, il quartiere periferico della città triestina che ha ospitato la Ferriera, acciaieria “sorella minore” dell’Ilva di Taranto. Nell’accordo con la China Communication Construction Company è prevista la costruzione di un terminal ferroviario intermodale proprio nella stazione di Servola. Ancora incerto è però il futuro dell’acciaieria. A parlarcene è il segretario della Fiom-Cgil di Trieste Marco Relli: “L’acciaieria nasce nel 1896 e aveva creato un discorso di filiera. Servola un tempo aveva più di 20mila abitanti infatti le case sono state costruite davanti allo stabilimento. Trieste e Taranto sono gli ultimi due siti integrati in Italia. Il gruppo Cinese viene per insediarsi a livello logistico, non per un progetto siderurgico quindi, se la trattativa dovesse essere conclusa, ci sarà lo spegnimento, la chiusura dello stabile e l’esubero di 700 lavoratori”. I problemi della Ferriera Servola non sono solo di tipo logistico e occupazionale. La crisi del siderurgico e, adesso, l’arrivo del Gruppo CCCC hanno messo e stanno mettendo a rischio l’occupazione. Ma sono anche in tanti a volere la chiusura dell’acciaieria Servola che, come quella di Taranto, inquina e intossica non solo chi ci lavora ma anche gli abitanti della città.

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Ferriera Servola e l’inquinamento 

A Trieste c’è un’altra Ilva, è la Ferriera di Trieste e da anni inquina e fa ammalare i cittadini. Lo stabilimento si estende su più di 500mila metri quadri con cokeria, due altiforni, l’impianto di agglomerazione e la macchina a colare per la solidificazione della ghisa. L’acciaieria ha una storia lunghissima: nata nel 1896 era il fiore all’occhiello di un’azienda di Lubiana e solo negli anni ‘20 è diventata italiana. Negli anni ‘80, invece, la compra il gruppo Pittini, poi Lucchini. La siderurgia poi entra in crisi in tutta Europa e alla guida dell’azienda si alternano continuamente commissari. Intanto però l’impianto avvelena gli abitanti della città: i livelli di benzo(a)pirene, un idrocarburo cancerogeno restano alti e i cittadini si mobilitano. L’organizzazione NoSmog denuncia l’assenza di centraline di monitoraggio e denuncia che chi vive vicino alla ferriera è esposto a livelli di benzo(a)pirene e polveri Pm10 che superano i limiti sostenibili. La federazione Gilda-Unams sottolinea come ci sia stato un aumento di patologie oncologiche e vuole spiegazioni sul fatto che agli alunni sia stato impedito l’accesso al giardino della scuola. 

Ma l’inquinamento non è solo dell’aria: secondo i rilievi fonometrici dell’Arpa FVG, lo stabilimento ha sforato le soglie d’inquinamento acustico previste dalla legge. Nel frattempo, la crisi porta i lavoratori a temere di perdere il posto ma sono moltissimi ad aver paura di perdere qualcosa di più, la vita: da uno studio dell’azienda sanitaria locale risulta che tra il 1995 e il 2007, chi di loro ha lavorato alla Ferriera, si è ammalato di tumore molto di più rispetto alla popolazione locale. Nel settembre 2018 l’associazione “NoSmog” aveva presentato al Consiglio regionale una raccolta di 1300 firme per la chiusura dell’area a caldo e la riconversione dell’impianto ma non ha ricevuto nessuna risposta. A dicembre i Sindacati hanno chiesto delucidazioni sugli investimenti cinesi nell’area ma non hanno ricevuto risposta. 

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