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Irene Fassini

FAST FASHION: LA MODA CHE SI CONFRONTA CON L'AMBIENTE

I PROGETTI DI HUMANA PEOPLE TO PEOPLE E VIC - VERY IMPORTANT CHOICE

PopEconomy XL

Fast fashion: come sta cambiando?

Una moda che va avanti veloce con la fast fashion, che procede a discapito di ambiente e dell'ecosistema ma che mette in difficoltà anche i grandi brand. Ce ne parla Mauro Ferraresi, professore di sociologia dei consumi all’Università IULM: “La moda negli ultimi anni ha accelerato e nella comunicazione questo ha portato a far sì che i prodotti sono bruciati in pochissimo tempo. Oggi si parla di fast fashion, non è una novità perché già Benetton proponeva una cosa del genere negli anni ’90. L’Italia ha il 2% della popolazione mondiale ma ciò che consuma, a partire dai vestiti, detta legge al 98% della popolazione mondiale”. 

HUMANA People to People e Vic Very Important Choice

Ma se la fast fashion corre, il mondo no profit tiene duro e detta la linea sulla base di parole chiave come lentezza, riciclo e sostenibilità. HUMANA People to People raccoglie capi di seconda mano per rivenderli. A raccontarci meglio come funziona è Luca Gilardi, Unit Manager di Humana: ”Noi vogliamo fare un cambio culturale. C’è un cambio dei millennials che stanno abbandonando la fast fashion sia per il prezzo, che per non omologarsi e, non ultimo, per coscienza ambientale: c’è la consapevolezza che comprare una maglietta usata invece che una nuova permette di risparmiare anche molta energia e materie prime nella produzione”. 

C’è poi il progetto di VIC - Very Important Choice, un esempio di fashion sharing economy, una piattaforma di sharing di capi sostenibili: attraverso il modello della sottoscrizione mensile di soli 49 euro è possibile avere accesso a tre capi. Questi abiti hanno un valore che va da 100 fino agli 800 euro. La startup nata nel 2018 ha in programma di realizzare nei prossimi 5 anni 10 showroom in 10 capitali europee.

India, dove rinascono gli abiti

Ma dove finisce quello che resta della nostra fast fashion? Siamo a Panipat, in India dove arrivano gli abiti smessi raccolti in Europa, Giappone e Stati Uniti. In questa località che conta 400mila abitanti, questi indumenti vengono liberati di bottoni e cerniere, suddivisi per colore e, una volta sminuzzati, vengono utilizzati per produrre coperte a basso costo. Questo business da 62 milioni di dollari all’anno coinvolge 200 fabbriche e 20mila persone ma adesso è messo in crisi dalla concorrenza cinese a bassissimo costo. Possiamo esplorare meglio questo mondo grazie al documentario Unravel di Meghna Gupta.

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