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Irene Fassini

COSA C’È DIETRO UN PAIO DI JEANS?

UN’ALTERNATIVA ALLA FAST FASHION È POSSIBILE

PopEconomy XL

Il problema della Fast Fashion

Il Fast Fashion costituisce la linea portante lungo la quale corre la filiera produttiva della moda. Nell’aprile 2013, in Bangladesh, col crollo del Rana Plaza e la conseguente morte di 1138 persone che lavoravano nel tessile, si è inceppato il meccanismo della fast fashion ed è crollata una filiera, quella della moda che, non solo è la seconda più inquinante al mondo dopo quella del petrolio ma anche la seconda più esposta a rischio schiavitù dei suoi dipendenti. La produzione d'indumenti a basso costo e il desiderio della gente di acquistarli hanno portato a un aumento della produzione globale, dal 1994 al 2014, del 400% per circa 80 miliardi d'indumenti ogni anno.

Fashion Experience a Milano

La Fashion Experience, organizzata da Mani Tese e dal Comune di Milano con fondi dell’Agenzia per la cooperazione italiana allo sviluppo è un viaggio interattivo per capire cosa c’è dietro gli abiti che indossiamo:

Il percorso si sviluppa in tre tappe: 

  1. Nella prima sono esposti un paio di jeans. Questo per far conoscere che, per realizzare questo indumento, vengono impiegati 3.800 litri d’acqua, 12 metri quadri di terreno e 33,4 chilogrammi di CO2.
  2. Il secondo padiglione, invece, affronta le implicazioni sociali, etiche e lavorative della produzione di abiti: una bimba indiana che cuce a macchina rappresentata lo sfruttamento di manodopera portato avanti da alcune aziende della moda.
  3. L’ultima tappa ha un chiaro obiettivo educativo: ogni visitatore è consumatore e attivista perché ha la possibilità di scegliere. Tutto ruota intorno a un appello al mondo della moda: #madeinjustice.

Giosuè De Salvo, responsabile advocacy, campagne educazione di Mani Tese ci racconta che: “La produzione mondiale di vestiti è passata da 50 a 100 miliardi all’anno e il tempo di utilizzo si è dimezzato. Abbiamo pensato a questa installazione per fare un viaggio alle persone nel dietro le quinte della filiera del tessile”. “Come Mani Tese ci interessa accelerare sulla questione dei diritti sociali – prosegue Giosuè – perché le persone guadagnano una media di 200 dollari al mese e c’è anche un abuso del lavoro minorile. Deve, quindi, essere cambiato tutto il sistema di produzione prevedendo anche come il prodotto sarà terziarizzato. Quello che ci chiedono i nostri partner dall’Europa è più regole e non meno, vogliono essere messi in condizione di lavorare in modo dignitoso”. E continua: “I giovani hanno 1000 mezzi per informarsi Le statistiche ci dicono i Millennials e i ragazzi della Generazione Z sono i soggetti più temute dalle aziende perché hanno già in sé una consapevolezza intrinseca della sostenibilità”. 

VIC: fashion sharing vs fast fashion 

Il progetto VIC , “Very important choice”, nasce quando Sara, al rientro dalla Danimarca, dopo un master in Imprese sociali, coinvolge Francesca, romana e docente esperta di moda sostenibile.  L’idea di VIC è innovare il settore della moda, attraverso una piattaforma di sharing di capi sostenibili. Con VIC è possibile, attraverso il modello di fashion sharing economy, avere accesso a tre capi con una sottoscrizione mensile di soli 49 euro.

I capi sostenibili disponibili sulla piattaforma hanno un valore che va da 100 fino agli 800 euro e, quelli messi in condivisione, vengono dati direttamente dai brand. 

La piattaforma di VIC è partita ad aprile 2018, durante la Fashion revolution week con 8 brand al pre-lancio e 20 brand a settembre 2018.

The life cycle of a t-shirt - Angel Chang

La lezione di Angel Chang racconta il ciclo di una maglietta 

Ogni anno vengono vendute e comprate 2 miliardi di magliette al mondo. Ma come e dove vengono prodotte le magliette? Ce l'ha raccontato Angel Chan in un documentario che ripercorre tutte le tappe della filiera produttiva di una comunissima maglietta di cotone. 

  1. Una classica T-shirt inizia la sua vita in un’azienda agricola in America, in Cina o in India dove i semi di cotone sono seminati, irrigati e fatti crescere per le soffici capsule, contenenti i semi, che producono. Per produrre una normale t-shirt servono 2.700 litri di acqua che equivalgono alla capacità di 30 vasche da bagno. La produzione di cotone richiede più insetticidi e pesticidi di ogni altra coltivazione al mondo. Alcune t-shirt però sono fatte di cotone organico coltivato senza pesticidi e insetticidi. Tuttavia il cotone organico rappresenta meno dell’1% dei 22,7 milioni di tonnellate di cotone prodotti al mondo.
  2. In India o in Cina i macchinari ad alta tecnologia miscelano, cardano, pettinano, tirano e rendono elastico il cotone. I filati vengono poi mandati agli stabilimenti dove le macchine li intrecciano in strati di tessuto grezzo grigiastro, trattati con calore e agenti chimici fino a quando non diventano morbidi e bianchi. Sfortunatamente alcuni di questi coloranti contengono cadmio, piombo, cromo e mercurio che sono cancerogeni.
  3. Una volta che il tessuto è completato, viene mandato alle fabbriche che si trovano spesso in Bangladesh, in Cina, in India o in Turchia. Il Bangladesh, per esempio, è a oggi il più grande esportatore al mondo di t-shirt di cotone e impiega 4.5 milioni di persone nell’industria del cotone. La filiera continua con il trasporto di queste magliette in nave, treno e camion per essere vendute.
  4. Se a questo aggiungiamo che in America, ad esempio, una famiglia in media fa 400 carichi di lavatrici all’anno, impiegando per ciascuna circa 181 litri di acqua, il valore inquinante di una t-shirt aumenta esponenzialmente. 

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