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BOMBE ECONOMICHE SULLA LIBIA

Il mondo sull’orlo della Terza Guerra Mondiale nell’editoriale del nostro direttore Francesco Specch

Tg Pop News

Quando tra i rombi di mortaio dei giornali e i bombardamenti dei tg si discute di Iran e Libia, o delle decisioni -diciamo- mercuriali di Trump sull’uccisione del generale Solemaini (tra l’altro non un eroe ma un militare feroce delle guerre per procura), o sulla reazione dei Medioriente, o degli scontri tra le fazioni delle Cirenaica o delle Tripolitania, be’, qui ci si scorda sempre delle implicazioni economiche delle guerre fatte o annunciate.

In Libia il problema sta, banalmente, nel controllo delle risorse energetiche. Parliamo di fazioni locali che si contendono la guida del paese e delle nazioni che in qualche modo le appoggiano. Da un lato la fazione del premier ufficiale Al Sarraj sostenuto da quasi tutto l’Onu, Italia compresa, un signore timido che ha potuto chiedere aiuto alla Turchia promettendo in cambio non spirito umanitario ma la gestione delle riserve di gas off shore di Cipro. Dall’altro lato svetta la fazione dell’affannoso generale Haftar, uno che non ride mai e cerca disperatamente di conquistare Tripoli o Misurata come giocasse a Risiko; e che, probabilmente sbagliando indirizzo a s’è trovato a Palazzo Chigi da Conte anche se Haftar è sostenuto dagli “altri” Russia, Egitto, Iran, ma insomma questo è un altro dei nostri pasticci diplomatici. Entrambe le fazioni, dunque mirano, banalmente, agli approvvigionamenti energetici per 75 miliardi di gas e 49 miliardi di barili di petrolio tra l’altro pregiatissimo e facilissimo da estrarre. In particolar modo, i più incazzati qui, per vedersi sfuggire il business dalle mani, sono l’Italia che cura lì gli interessi dell’Eni (ottavo gruppo estrattivo al mondo con 384 barili al giorno che ha interscambi commerciali con la Libia per circa 14 mld) e la Francia che tifa per la Total storia concorrente petrolifera francese. E Italia e Francia che hanno contratti che in teoria non scadono prima del 2042 e 20147 sono abbastanza turbate perché, insomma, dei loro cespiti principali passi al manesco Erdogan o al pietroso Putin che, tra l’altro, sono già soci nel gasdotto Turkish Stream, e sono già ricco di loro.

In Iran la situazione è diversa, perché lì gli hanno ammazzato uno dei capoccia, Solimaini appunto; e  tra Ayatollah e piazze piene come a un concerto di Ramazzotti sono un po’ più esagitati. Ma, anche in quelle terre per gli italiani restano a rischio transazioni per 8 miliardi di dollari. Solo che le uniche conseguenze, qui finora sono state il ribasso della Borsa, la salita dell’oro e un rialzo del 3% del greggio (68 dollari a barile) roba già compensata dagli americani che hanno riserve di petrolio grandi quanto l’intera Alaska. Il tutto a dimostrare che l’apocalisse anti-Usa annunciata dall’Iran è stata soltanto l’eco di un tuono in lontananza, una loffia in senso politico. Certo poi c’è la vaporosa follia dei capi di Stato, ma è un altro paio di maniche…

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