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Sara Ruggeri

ACCADEMIA DI BRERA: IL FUTURO DEI GIOVANI ARTISTI ITALIANI

L’EVENTO "MILLENNIALS DELL’ARTE" ESPLORA IL FUTURO DELLA CULTURA DIGITALE

PopEconomy XL

Accademia di Brera di Milano: Millennials e Arte

L’Italia è un paese pieno di eccellenze formative, nella sola Milano tra conservatori e accademie gli studenti sono oltre 20mila. Come sfruttare questo patrimonio umano? A Milano si è conclusa “Millennials dell’Arte”, un evento che ha favorito l’incontro tra gli studenti dell’Accademia di Brera con il mondo delle imprese al fine di comprendere quale può essere l’orizzonte professionale di questi artisti nell’epoca dove, sempre di più, cultura, arte e design diventano digitali e vengono utilizzati dalle aziende come strumenti d’innovazione e d’impresa. All’evento hanno preso parte Cariplo Factory, Mediafriends, Bsh elettrodomestici e la Fondazione Guggenheim, il primo giorno mentre ieri sono intervenute Connexine, Mapei, Balich Worldwide Lissoni Associati, Cliven, Bulthaup e Atm. L’evento ha portato alla ribalta, una volta ancora, l’Accademia di Brera che ha vissuto un anno molto importante.

Nel 2019 c'è stata l’inaugurazione dell’anno accademico allo scalo Farini dove sono stati accorpati i corsi che si svolgevano in Viale Marche ed anche la scuola di restauro di Arcore per un totale di quasi di 5.000 studenti e 200 docenti. L’Accademia di Brera è certamente un fiore all’occhiello non solo di Milano ma di tutta l’Italia. Fondata nel 1776 dall'Imperatrice Maria Teresa d'Austria, oggi conta tre dipartimenti e 23 corsi. Una vera punta di diamante dell’arte, l’Accademia di Brera vanta molti studenti da tutto il mondo con 1159 iscritti stranieri, provenienti da 44 paesi, pari al 33% del totale.

Accademia di Brera: incontro studenti-imprese

L’ Accademia di Brera, con l'evento "Millennials dell'Arte" ha voluto favorire e promuovere l’incontro tra studenti e imprese. Livia Pomodoro, appena riconfermata nella sua carica di presidente di Brera e il sociologo Mario Abis ci parlano del legame tra creatività e imprese. Livia Pomodoro: “Proponiamo un rapporto tra imprese e accademia sperando che sia più proficuo possibile. Partiamo dalla consapevolezza che i tempi sono profondamente cambiati, anche dal punto di vista strettamente economico e molte imprese guardano al brand di Brera, di usufruire della capacità creativa dei ragazzi. L’accademia è il luogo dove si celebra il ruolo di apprendere arti ma anche mestieri, questo è molto rilevante e noi stiamo disseminando questa attività. Lo facciamo con lo Scalo Farini che sarà inaugurato defnitivamente l’anno prossimo dove abbiamo immaginato di avere il campus delle arti allargando i confini dell’Accademia di Brera. Faremo un grande lavoro affinché i ragazzi non si sentano soli in un mondo che non sembra più interessato a cultura, arte e bellezza ma in un mondo che la ricerca anche ai fini dell' economia e dello sviluppo del nostro Paese”.

Mario Abis: “Nell’economia competitiva tra le grandi città la creatività fa la differenza. Senza creatività le città declinano. Dobbiamo aprire nuove discipline che corrispondano alle esigenze delle aziende. L’industria creativa è un fatto economico e in questo quadro c’è Brera, un brand che produce creatività e questa, opportunamente filtrata, può diventare una risorsa per le aziende. L’interesse per le aziende verso la cultura e l’arte c’è stato negli ultimi dieci anni perché negli ultimi 10 anni le aziende si sono rese conto che i vecchi metodi di comunicazione non erano più efficaci e le aziende si sono rese conto che è importante la loro reputazione e l’arte e la cultura sono strumenti di politica strategica”.

Quale apporto possono portare i giovani artisti alle imprese? Cosa cercano le imprese nei professionisti dall’industria creativa oggi? E ancora la creatività può diventare produttiva? A rispondere a queste domande sono alcuni dei membri delle imprese che hanno partecipato alla manifestazione organizzata dall'Accademia di Brera. Lauro Russo di BSH: “Cerchiamo un pensiero che vada oltre e un punto di vista fuori dal nostro contesto”. Matteo Scarabelli di Cariplo Factory: “Ci occupiamo di innovazioni. L’anno scorso con l’Accademia di Brera abbiamo organizzato Open Innovation Art dove 10 artisti hanno indagato il concetto di innovazione aperta e qui è nata l’idea di affiancare le aziende con gli artisti per disegnare nuovi progetti con la loro visione". Giulia Capodieci, content and communication manager di Base a Milano: “Cerchiamo l’eterogeneità, la possibilità di farsi cambiamento, andare avanti per tentativi, per domande”. 

Da Brera al mondo: le testimonianze degli studenti

Può la formazione artistica contribuire a costruire un profilo professionale? E quali sono gli elementi decisivi per una buona formazione artistica? Ce lo raccontano Giovanni e Oscar, due ex studenti di Brera che oggi vivono e lavorano all’estero come concept artist. 

Giovanni Silva: “Lavoro come illustratore e concept artist per il cinema a Praga. Mi sono trasferito nel 2015 grazie a un progetto Erasmus + tra l’Accademia di Brera e quella di Praga e poi sono rimasto qui perché ho avuto la possibilità di lavorare nel cinema. Grazie alla frequentazione dell’Accademia di Brera ho potuto approfondire cose che ritenevo più importanti, come disegno digitale e concept art. Ho imparato poi l’autogestione delle tempistiche”.

Oscar Cafaro: “Sono Concept artist Visual Developer e designer, lavoro per DreamWorks Animation e sono 10 anni che vivo a Toronto. L’Accademia è un luogo dove poter confrontarsi con professionisti che sono i professori e poi è un luogo dove c’è il tempo per poter sviluppare il proprio talento. 

Cultura digitale e Millennials: il rapporto di Civita

È uscito ad aprile l’XI Rapporto di Civita“Millennials e Cultura nell’era digitale. Consumi e progettualità culturale tra presente e futuro” edito da Marsilio Editori. Lo studio è volto ad approfondire la conoscenza del rapporto che le giovani generazioni hanno col mondo della cultura al fine di migliorare la loro vita e il loro ruolo più attivo e consapevole nella società.

Abbiamo già delineato i tratti generali dei Millennials: la maggior parte di essi (il 76%) vive con la famiglia, è single (86%) e solo il 4% ha figli. Tra loro, 4 su 10 sono occupati a tempo pieno e il 41% è in possesso di laurea o titolo post-lauream. Insomma, una realtà economica complessa e precaria quella dei millennials. Se da un lato c’è la curiosità dall’altro ci sono contingenze socioeconomiche che impediscono di esplorare a pieno il mondo e, non ultima, la dimensione artistica e culturale. Comunque, il ritratto che emerge è quello di una generazione confusa e frustrata. Per quanto concerne invece il rapporto con la cultura, l’indagine ha individuato 4 gruppi: 

  1. “Custodi”: i millennials fra i 25 e i 32 anni, soprattutto donne, la cultura è vissuta come un sistema di saperi definiti e consegnati dalle generazioni precedenti. Sostanzialmente una visione dogmatica e tradizionalista. 
  2. “Artefici”: sono principalmente uomini giovanissimi fra i 15 e 17 anni per i quali la cultura è esplorazione, rottura col passato e ricerca dell’originalità.
  3. “Cercatori”: in questa classificazione sono soprattutto donne e abitano nel Sud Italia e vivono la cultura come strumento per la propria affermazione e riscatto.
  4. “Funamboli”: è la fascia più istruita e percepisce la cultura come una realtà aperta e dinamica, in equilibrio tra tutela della tradizione e sperimentazione innovativa.

La cultura può attrarre i millennials? 

Più della metà dei millennials coinvolti si sentono appagati dalla fruizione culturale non solo come arricchimento della propria personalità ma anche come incremento della propria social reputation e crescita professionale professionalmente. Nonostante questo, l’attrazione che gli eventi culturali hanno nei confronti dei giovani è comunque limitata: solo 4 su 10 apprezzano le iniziative che gli vengono offerte e il 50% non ne fruisce sia perché non conosce la loro presenza sia per il disinteresse. Per quanto riguarda la formazione culturale, un ruolo importante ce l’hanno scuola e università per il 70% poi vengono internet e gli altri media e, infine, la famiglia. Più di 6 intervistati su 10 s’informano sulle iniziative culturali grazie al web e ai social network.Per quanto riguarda invece i prodotti culturali preferiti dai giovani, in prima posizione ci sono film e web series grazie anche alla diffusione di piattaforme di streaming online come Spotify e Youtube.

Sono soprattutto i più giovani, i ragazzi della Generazione Z, a essere impegnati sul fronte delle produzioni creative soprattutto nella fotografia, nella produzione audiovisiva e danza. La percentuale però non è così alta e questo sembra dovuto soprattutto al costo (39%), dalla mancanza di luoghi /strumenti idonei alla pratica creativa (36%) e alla assenza di persone con cui condividere e co-produrre (33%). Il Web e i Social Media sono i due strumenti principali sia come fonte d’ispirazione che come mezzo di condivisione per le proprie creazioni culturali.

Il report propone, infine, alcune soluzioni affinché la dimensione culturale possa coinvolgere maggiormente i millennials

  1. Ampliare dell’offerta culturale: incrementare a livello locale l’offerta di prodotti e attività culturali in modo da accogliere e integrare le esigenze di un pubblico che partecipa poco alla dimensione culturale.
  2. Creazione di contesti idonei: al fine di far percepire la cultura ai giovani “iperconnessi”, deve essere presentata come una valida alternativa tra le varie opzioni nell’impiego del proprio tempo.
  3. Facilitare l’accesso alla cultura: abbattere la barriera economica che permette di accedere alle manifestazioni culturali perché l’elemento economico è certamente n fattore determinante nel richiamare i giovani in questo genere di attività e manifestazioni.
  4. Favorire tutorial e supporti finanziari per le iniziative culturali e creative.

Rapporto tra Millennials e Opere d'Arte

Uno dei tratti fondamentali di questa generazione di nati tra i primi anni Ottanta e il 2000 è il fatto che sono cresciuti un momento storico denso di cambiamenti tecnologici. Questi ragazzi si sono presto adattati a vivere col cellulare costantemente in mano, a distribuire contemporaneamente la loro attenzione su più devices dai quali possono fruire in ogni momento di contenuti di tipo culturale. Abbiamo già detto che i millennials costituiscono una fetta importante del mercato, sono una percentuale elevata dei consumatori e questo vale anche e soprattutto per i prodotti culturali. Da un sondaggio twitter si è notato che le nuove generazioni non visitano più i musei e non frequentano più le istituzioni artistiche di propria spontanea volontà. 

I musei sono spesso pieni di scolaresche o di comitive di anziani e solo raramente si vedono gruppi di giovani ragazzi che con calma ammirano i capolavori dell’arte. La maggior parte di questi ragazzi dichiara di visitare un museo d’arte o una galleria meno di 4 volte l’anno e soltanto il 5% su 40 vi si reca più di una volta al mese. Come se non bastasse i millennials stanno difronte a un’opera non più di 5 secondi. È un tempo irrisorio, durante il quale riescono a recepire a mala pena il soggetto e i colori dell’opera (o il materiale, in caso non si tratti di una pittura). Ma questo tempo non è casuale. Si tratta delle stesse tempistiche da loro utilizzate per altre piattaforme social come Instagram. Visitando il museo, questi ragazzi, è come se scrollassero la homepage di un social: si guarda e non si osserva, si fruisce in maniera fuggevole. I millennials sono quindi vittime più o meno consapevoli di questo meccanismo tecnologico, un refrain che trasborda in gran parte delle loro attività.

C’è una soluzione a tutto questo? Pare che siano proprio i social network a spingere i giovani nei musei. Questo riguarda soprattutto i millennials che oggi hanno tra i 25-30 anni. Si tratta di una fascia che utilizza Instagram e Facebook e postano su di esse selfie con la propria opera preferita. Un meccanismo che favorisce la dialettica nel campo culturale.

Per quanto riguarda il mercato dell’arte, i giovani oggi non stabiliscono la qualità dell’opera a partire dal nome dell’autore, dalla sua storia. Oggi i giovani hanno dei gusti dettati dalle mode, e sanciscono il valore artistico dell’opera a partire dal suo valore economico. Anche in questo caso i social hanno un ruolo determinante: i millennials tendono a scattare e postare le foto alle opere che posseggono o acquistano e così facendo, sviluppando la conoscenza e la diffusione dell’opera, se ne influenza in qualche modo anche il valore. Un esempio è l’app Wydr, che mette a disposizione un mercato artistico globale. Il cliente può acquistare opere dalla propria app e queste sono selezionate per lui a partire da un meccanismo semplice, quello del “mi piace”. Staremo a vedere se a partire dal like sarà possibile raggiungere i grandi maestri dell’arte. 

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