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Ovvero i soldi che si allenano, sgambettano, corrono dietro ogni evento sportivo.

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GREENPEACE: LE INDUSTRIE AUTOMOBILISTICHE PIÙ INQUINANTI

alizza l’impatto sul clima delle 12 maggiori case automobilistiche mondiali. A 4 anni dall’accordo di Parigi l’urgenza di abbandonare le auto a diesel e a benzina si fa sempre più incalzante. La strada possibile sembra essere una e una sola: cambiare il modello di business, eliminare gradualmente i motori a combustione interna (ICE) e dare spazio a servizi che si integrino con trasporto pubblico, car sharing, e car pooling. Nonostante le auto elettriche in Europa quindi, l'emergenza emissioni CO2 non è diminuita. In futuro ci sarà spazio solo per veicoli elettrici più piccoli, più leggeri e più efficienti dal punto di vista energetico.  Greenpeace: chi inquina di più? Il settore auto nel 2018 ha venduto 86 milioni di veicoli e si stima che sia responsabile di 4,8 gigatonnellate di CO2, pari al 9% delle emissioni globali di gas serra. La top five delle aziende con le emissioni più elevate: Al 5° posto la Hyundai/Kia con 401 milioni di tonnellate di gas serra; Al 4° posto General Motors con 530 milioni di tonnellate; Al 3° posto Toyota con 562 milioni di tonnellate di CO2; Al 2° posto il gruppo Renault-Nissan-Alliance con 577 milioni di tonnellate di CO2; Sul primo gradino del podio c’è Volkswagen Group: le emissioni di CO2 sono 582 milioni di tonnellate, più delle emissioni di gas serra dell’Australia. Volkswagen è stata però l’azienda con le emissioni più alte tra i costruttori di auto nel 2017 e 2018. (535 milioni tonnellate di CO2eq) 9. A onor del vero, Volkswagen Group è l’unica delle aziende analizzate che ha l’obiettivo di abbandono dei motori a combustione interna a livello globale. Fiat Chrysler Automobiles ha le registrato le emissioni più alte per veicolo. Nel 2018 le emissioni totali di gas serra di FCA sono state maggiori di quelle dell’intera Spagna. Il dato non ci sorprende considerando che Non è un dato sorprendente, visto che le vendite di questo marchio, soprattutto negli Stati Uniti, sono state in gran parte relative a SUV e pick-up. Come bloccare le emissioni di CO2? Fino a oggi i motori ibridi non hanno fatto altro che bloccare lo sviluppo di reali alternative e non superano la tecnologia dei motori a combustione interna, che va invece abbandonata per affrontare seriamente la crisi climatica. I motori ibridi infatti si basano su una tecnologia a combustione interna e anche i motori ibridi plug-in, se non utilizzati nella maniera più efficiente e soprattutto per brevi viaggi, possono avere notevoli livelli di emissioni. I miglioramenti nelle emissioni medie di CO2 delle nuove auto vendute in U.S.A, Unione Europea, Cina, Giappone e Sud Corea, il 70% del mercato globale, sono stati nulli se non addirittura negativi. Ennesima dimostrazione che i motori a combustione interna devono essere abbandonati. I SUV stanno rendendo impossibile la transizione energetica. La vendita di è più che quadruplicata negli ultimi 10 anni, passando in Europa dall’8% del 2008 al 32% del 2018. A causa del loro peso più elevato e dell’impostazione meno aerodinamica, le emissioni di CO2 di questa tipologia di auto sono più alte di quelle delle altre auto. Secondo uno studio realizzato dall’Istituto Aerospaziale Tedesco (DLR) mostra che per avere una possibilità di circa il 66% di mantenere l’aumento medio di temperatura globale entro 1.5°C, soglia indicata oltre la quale si verificherebbero le conseguenze peggiori dei cambiamenti climatici, le auto a diesel e a benzina dovranno essere rapidamente abbandonate, con uno stop alle vendite previsto in Europa per il 2025 per le nuove auto e per il 2028 per le ibride.  Sentiamo il commento alla ricerca di Luca Iacoboni, il responsabile Campagna Energia e Clima Greenpeace Italia, ai microfoni di PopEconomy. Imprese verso l’internazionalizzazione SACE SIMEST ha presentato a Milano sacesimest.it, il nuovo portale unico del polo dell’export e dell’internazionalizzazione: un ecosistema digitale completamente rinnovato e costruito a misura di PMI, che punta a coinvolgere 87mila piccole e medie imprese manifatturiere italiane nel mondo dei servizi e dei prodotti di SACE SIMEST, con la finalità di rafforzarne la proiezione internazionale e la competitività sui mercati esteri.  Sweetguest acquisisce MyPlace Sweetguest, leader in Italia nella gestione degli affitti brevi e medi, partner ufficiale di Airbnb, ha completato il processo di acquisizione di MyPlace, azienda specializzata nella gestione e messa a reddito immobiliare. Un’operazione che porterà il gruppo Sweetguest a gestire 1.500 case per un valore generato di 30 milioni di euro.  Airbnb, continua l’avventura delle case da film Dal primo ottobre in occasione dell'uscita del film tratto dalla ormai celebre serie Downton Abbey, Airbnb offre ai viaggiatori della piattaforma la possibilità di dormire nell'iconico Highclere Castle della famiglia Crawleys....

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ALESSANDRO MORELLI E LA PROPOSTA DI LEGGE “SOVRANISTA”

dania, ha presentato un disegno di legge sovranista, che chiede una canzone italiana ogni tre canzoni passate in radio. Secondo Morelli si tratta di un modo per tutelare la nostra cultura popolare, e per sostenere le nostre imprese del settore: “La vittoria di Mahmood all'Ariston dimostra che grandi lobby e interessi politici hanno la meglio rispetto alla musica. Io preferisco aiutare gli artisti e i produttori del nostro Paese attraverso gli strumenti che ho come parlamentare". Il disegno di legge di Morelli non è un’idea totalmente originale: in Francia dal 1994, con l'approvazione della legge Toubon sull’uso e la promozione della lingua francese in tutti i contesti, le radio transalpine sono obbligate a trasmettere musica francese per una quota pari almeno al 40% della programmazione giornaliera. Più in generale, in passato nel nostro Paese se ne sono occupati sia Veltroni che Franceschini, senza considerare che il MEI, Meeting delle Etichette Indipendenti, che da tempo chiede attenzione alle realtà indipendenti e emergenti. La proposta di Morelli, inoltre, vuole che almeno al 10% della programmazione giornaliera della produzione musicale italiana sia riservata alle produzioni degli artisti emergenti. Insomma, sembrerebbe una difesa spada tratta del noi contro loro, della musica italiana contro quella straniere, un noi contro tutti. Un’idea sovranista che è stata trasmessa anche dai media che, nel parlarne, hanno impropriamente utilizzato una foto di Mahmood, fresco vincitore di Sanremo. Per quel suo chiamarsi Mahmood, appunto, e anche per le sonorità arabeggianti della sua “Soldi”, di strali da parte proprio di chi mal guarda i migranti. Peccato che Mahmood si chiami Alessandro, sia nato a Milano da madre italianissima e padre egiziano, sia sempre vissuto a Milano e abbia ovviamente cittadinanza italiana, a discapito di un cognome che altro potrebbe far pensare.  Il tutto, per altro, mentre ci si vanta delle origini italiane di Lady Gaga, al secolo Stefani Germanotta, vincitrice del premio Oscar per il brano Shallow, decisamente assai meno nostra compatriota di quanto non sia Mahmood, o Malika Ayane, o il vincitore del penultimo Festival di Sanremo, Ermal Meta. Provare a pensare di passare musica di qualità in radio, magari, potrebbe salvare la nostra musica assai più che guardare al passaporto.  Mogol e la proposta di Alessandro Morelli  Lo scopriremo solo vivendo. Ecco, se Mogol, l'autore di testi per antonomasia in Italia, quello che ha rivendicato la parola "autore" al punto da mettere in soffitta la vecchia definizione “paroliere”. Quello che ha richiesto e ottenuto di poter usare il nome Mogol anche all'anagrafe. Quello che ha firmato canzoni fondamentali per la nostra cultura popolare, da quelle scritte in coppia con Lucio Battisti a quelle scritte con Riccardo Cocciante, con Mango e decine di altri artisti. Quello ha scritto versi entrati di diritto nei nostri modi di dire. Un autore di testi di canzonette, quindi, che ha inciso così profondamente nella cultura popolare da averla in qualche maniera influenzata, forzata, piegata al proprio stile. Bene, Mogol, superato gli ottanta anni ha pensato bene di gettarsi nel ginepraio come il sostenere il discutibile disegno Morelli per le quote italiani nei passaggi radiofonici. Nello specifico, ecco cosa è successo: il giorno dopo la presentazione del disegno di legge Morelli sulle quote italiane nei passaggi radiofonici tutti gli iscritti alla SIAE, Società Italiana degli Autori e degli Editori, hanno ricevuto una simpatica mail da parte del loro presidente, Mogol appunto, che li invitava a sostenere il disegno di legge: “Qualsiasi vostra iniziativa sarà preziosa affinché si affermi il principio che la musica italiana fa parte del nostro patrimonio culturale e in quanto tale va valorizzata e difesa”. Apriti cielo. In molti, legittimamente, si sono sentiti di protestare per questa forzatura. Perché mai il presidente della SIAE dovrebbe usare la mailing list della società per esprimere la propria opinione personale? Lo scopriremo solo vivendo, verrebbe da chiosare. Quello che invece lascia interdetti è come Mogol, sulla piazza da oltre sessant'anni, finga di non sapere come funzioni in realtà il mondo dei passaggi radiofonici. Nulla a che vedere con i meriti, i gusti o le nazionalità. Solo mere faccende di edizioni. Le canzoni alla radio: come passano e perché Attualmente, su dieci stazioni radiofoniche, soltanto quattro rispetterebbero la soglia del 33% della proposta di legge dell’onorevole Morelli. Le radio in questione sarebbero Radio Italia Solo Musica Italiana (95,4%), Radiouno e Radiodue (43,5%), nonché Rtl 102.5 (38,8%). La mail mandata dal presidente della SIAE, Mogol appunto, a tutti gli associati aveva come allegato un volantino con spiegati i punti essenziali del progetto di Legge Morelli e per spiegare “come promuovere la cultura italiana, valorizzare i giovani talenti e sostenere industria musicale”. Ma veramente questa è la giusta strada per promuovere la musica italiana? Com’è che funzionano i passaggi radiofonici e chi decide quali canzoni devono andare in onda e quali no? Vi sarà capitato di chiedervi perché in un network radiofonico passino determinate canzoni e non ne passino invece altre. Di più, vi sarà capitato di chiedervi perché una determinata canzone passi in maniera ossessiva solo in un network e non passi affatto o passi solo sporadicamente negli altri. O, per essere più pragmatici, perché di un album appena uscito passi solo il singolo scelto da casa discografica e artista e non, per dire, un altro brano, magari il prossimo singolo o addirittura una bella canzone che singolo non sarà mai. Parte della risposta è insita nella frase precedente: i singoli che passano in radio li scelgono case discografiche e artisti o meglio, li indicano alle radio, li propongono alle radio. Ormai da anni sono più i direttori artistici delle radio a scegliere quelli che potrebbero diventare singoli che i discografici, è noto, al punto che una volta terminate le registrazioni di un album è da questi oscuri figuri che si va, questuanti, nella speranza di trovare assenso. Ma una volta trovato assenso, e qui sta il meccanismo di cui vi si vorrebbe mettere a conoscenza, non si è che all'inizio di un percorso tortuoso che con la musica ha assai poco a che fare. Perché a questo punto entrano in scena gli accordi. Non pensate subito male, mica si sta parlando di stecche, mazzette o quant'altro. Non siamo in una puntata di Vynil e io non sono Richie Finestra. Sto parlando di accordi editoriali. Chiaro, a volte di accordi editoriali in chiaro, a volte accordi editoriali un po' meno espliciti, alla Richie Finestra. Ma se vi state chiedendo perché una determinata canzone stia passando ossessivamente in un determinato network radiofonico e non, magari, negli altri, beh, 99 volte su 100 si tratta del frutto di uno di questi accordi....

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I PERENNIALS E IL RISCHIO DELLA MODA IN U.K.

tra vera e propria generazione, se parlassimo in termini sociologici. Sono i Perennials, una “categoria”, o meglio una sottocategoria, che però, a differenza delle precedenti è completamente slegata dal tempo e dall'età. Sono over 40, creativi, sicuri di se stessi, amano cooperare ma soprattutto sanno spingersi oltre i limiti e sanno come azzardare. È la fotografia che emerge dal rapporto Coop 2019. Sono i nuovi italiani e, nonostante la loro età, non si rassegnano al tempo che passa. Sebbene spesso nel nostro Paese si battezzi come morto, almeno lavorativamente, chi ha più di 30 anni, i Perennials si reinventano, si lanciano alla scoperta del mondo, mossi da curiosità e apertura mentale. Insomma, non sarà certo un caso se il 44% di loro si dice ottimista. Un tratto che sicuramente li contraddistingue è la sostenibilità e l’attenzione verso la natura. Sebbene quando sentiamo queste parole ci venga in mente soprattutto Greta Thunberg, una ragazzina che certamente non rientra nella fascia dei Perennials, sembra che, in realtà questa generazione sia molto più attenta al “Green” di quanto non facciano i più giovani: Il 100% dichiara di aver fatto la raccolta differenziata nell’ultimo anno. L’89% ha ridotto il consumo di plastica. Il 79% ha scelto di mangiare meno carne. Il 70% ha optato per i mezzi pubblici invece che la macchina. Il 64% acquista solo prodotti bio. La giornata tipo di un Perennial? Il 34,3% si dedica al lavoro. Un 33,8% si dedica alla vita di coppia. Il 26,8% si prende cura dei propri animali domestici. Il 26% si dedica alla famiglia. Il 19,4% ha la passione per la cucina. Il 13,3% si dedica alla cura di sé. È stata Gina Pell, Creative Director e imprenditrice a coniare il termine Perennials e a darne una definizione su The What: “I Perennials sono persone curiose, sempre in fiore e sono consapevoli di cosa sta accadendo nel mondo. Sono al passo con la tecnologia e hanno amici di ogni età”. Ciò che definisce quindi gli appartenenti a questa categoria non è l’età, l’appartenenza cronologica, quanto invece uno stato mentale. Insomma, i Perennials sono esattamente l’emblema del proverbio che dice: quello che conta non sono gli anni che si hanno ma quelli che ci si sentono addosso. Perché parlare dei Perennials? Parlare dei Perennials è il frutto della constatazione di un mondo, quello lavorativo, dove il focus dell’età si sta spostando sempre più in avanti. I Perennials sono il segmento di lavoratori in più rapida crescita: in Paesi come Italia, Spagna, Irlanda e Portogallo gli ultra-cinquantenni lavoratori aumenteranno sempre di più mentre in U.K. costituiscono già 1/3 della forza lavoro. Le proiezioni ci dicono che, entro il 2024, negli U.S.A essi saranno il più grande gruppo demografico.  Le ragioni sono abbastanza semplici:  L’aspettativa di vita è più alta. L’età pensionistica si allunga: si va in pensione più tardi e perciò la il percorso lavorativo è più lungo tanto che l’apice della propria carriera arriva in età più avanzata. A tener di conto di questo spostamento dovrebbero essere soprattutto le aziende di moda e cosmesi, colpevoli d’incentrare il proprio target di riferimento solo su ventenni e trentenni. E pensare che le donne con più di 40 anni costituiscono il 80% del mercato della cosmesi. Chi sono Perennials più famosi al mondo? Forse tra i Perennials più famosi dello Star System possiamo identificare Lady Gaga ed Emma Stone, la tennista Serena Williams e persino Elon Musk. I Perennials, come dice il termine stesso, sono “perenni”, sono i “sempreverdi” e questo tratto è incarnato particolarmente dalle donne, che, dopo i 40 anni, sbocciano e si lanciano in nuove avventure di vita e professionali. Attrici come Monica Bellucci, 54 anni, Julia Roberts, 51 anni e Jennifer Aniston, 50 tornano a brillare come non mai. Si noti che stiamo parlando di quasi tutte donne. E infatti il 67% delle over 40 dichiara di vivere meglio rispetto a una decina di anni fa. Per il 61% la realizzazione personale è una priorità. Il 60% delle donne afferma che una delle cose più importanti nella vita è saper accettare le sfide. Il 63% si descrive come una persona ottimista.  Il quadro che emerge nell’analisi delle donne over 40 è quindi completamente nuovo. Esse non ambiscono necessariamente a una vita tranquilla e agiata ma anzi sono pronte a vivere una seconda giovinezza, una seconda adolescenza. Un ultimo dato riconferma quanto appena detto: l’80% si dichiara molto curiosa di esplorare cose nuove.  Quali sono i tratti dei Perennials?  Uno dei fattori più marcati degli appartenenti a questa generazione è certamente la coscienza Green.  ¼ delle donne preferisce la cosmesi Green. Il 13% compra abiti Green. L’88% dei Perennials italiani fa la raccolta differenziata. Il 55% sogna un’abitazione eco-sostenibile. Il bio continua a crescere segnando un +4,6%. Il 77% utilizza elettrodomestici a basso consumo energetico. I nuovi trend del food Ecologisti convinti anche nel cibo: Il 68% pensa che sia giusto far pagare un supplemento per i prodotti in plastica monouso. I Perennials italiani si allontanano dalla cucina infatti in 20 anni il tempo passato ai fornelli si è dimezzato. Questo ha portato a 3 conseguenze: Crescita della spesa per la ristorazione extradomestica, arrivata nel 2018 a 83 miliardi.  Boom per il food delivery: il 26% degli italiani lo utilizza. Fenomeno delle Instant Pot, pentole elettriche (+72,8% le vendite nei primi 7 mesi dell’anno).  Nel settore del vino cresce la vendita di prosecco e spumante. Boom anche della birra: nel primo semestre del 2019 ne sono stati bevuti 7 milioni gli ettolitri. Insomma, i Perennials non solo sono più Green, stanno attenti alla salute del Pianeta ma non perdono di vista nemmeno la propria. Questo si vede soprattutto nell’alimentazione dove diminuisce il consumo di bevande gasate, mentre spunta quello di acque aromatizzate (nell’ultimo anno le vendite hanno segnato un +164,7%). Gli italiani comprano sempre più fibre e proteine: nel 2018 su Google la parola proteina ha avuto 64 milioni di ricerche. Inoltre nel 2019 si è ridotto il consumo di carne (+3,5% le vendite nel 2019), soprattutto italiana. Il 78% dei consumatori si sente rassicurato dall’origine 100% italiana dei prodotti agroalimentari. Il consumo di quest’ultimi è cresciuto del 4,8% in un anno. Ma per capire chi sono veramente i Perennials occorre sentirlo direttamente dalla voce di Gina Pell che ha coniato questo neologismo. Brexit, moda a rischio Il British Fashion Council lancia l’allarme: in caso di un’uscita del Regno Unito senza accordo, il settore pagherebbe un conto di 986 milioni di sterline. Un comparto cruciale quello della moda che incide sul PIL della Gran Bretagna con 32 miliardi di sterline. Il parco dei divertimenti per baby contadini Nasce Luna Farm, il primo parco a tema contadino. La location è all’interno di FICO, a Bologna. La proprietà è del gruppo Veneto Zamperlo, lo stesso del mitico luna park newyorkese di Coney Island. Preparatevi a conoscere l’ape saputella, il toro artista e il galletto Ricky. Il packaging che non inquina L’idea è del giovanissimo tecnologo alimentare Cosimo Maria Palopoli che ci spiega di cosa si tratta ai nostri microfoni....

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MILLENNIALS A RISCHIO CRISI ECONOMICA

dove i colpi di scena economici e politici, o meglio i cambi di direzione e di faccia sono all’ordine del giorno. E se domani, appunto, arrivasse un’altra devastante crisi economica? Un’ipotesi sviluppata da Marco Valsania sul Sole24Ore. Qualora una nuova, grande ondata di recessione economica dovesse colpire il nostro Paese verrebbe certamente indicata col nome di Millennials recession, la recessione dei 22-38enni. Ma perché indicarla con questo nome? Avevamo già visto che i Millennials sono perseguitati dalla disoccupazione e quanto il futuro lavorativo di questa generazione sia a rischio ma adesso un sondaggio di LendEDU fotografa perfettamente una situazione di profonda crisi economica presente negli U.S.A. e che sembra avere i tratti proprio della Millennials Recession:  Il 26% dei Millennials lamenta una carenza di risparmi; Il 10% sopporta ancora il macigno dei debiti universitari; Il 5% paga debiti accumulati dall’uso disinvolto di carte di credito; Il 6% ha debiti di diversa natura; Il 17% si lamenta della cattiva qualità del credito e quasi un quarto di redditi troppo bassi. Millennials in U.S.A.: l’ombra di una nuova crisi economica Come possiamo vedere, i Millennials si differenziano sia dalla Generazione Z, cioè i loro diretti successivi, sia dalle precedenti, sulla scorta di 7 punti che identificano la crisi economica dei Millennials, soprattutto in U.S.A. Nel 2014 in America i Millennials uomini non guadagnavano di più di quanto non facessero i maschi della Gen X alla loro età, e addirittura il 10% in meno dei Baby Boomers, nonostante l'economia fosse molto più grande e il paese molto più ricco. I Millennials bambini nati negli anni ’80 e ’90 sono poi caduti sotto l’egida di un’altra crisi finanziaria, quella dell’indebitamento scolastico che, negli U.S.A. è stato addirittura di un trilione di dollari. Circa un quarto della Gen X che andava al college ha preso prestiti per l'istruzione; con i Millennials la percentuale è salita al 50%, infatti, alla fine, questi hanno finito col ritirare il doppio del denaro di quanto abbia fatto la Gen X. Questo, che già ha portato a un indebitamento enorme dei Millennials rispetto ai loro genitori, ha subito un’ulteriore batosta considerando che dal 2001 le tasse scolastiche sono aumentate del 100%. Questi due punti hanno fatto sì, inoltre, che i Millennials, con la combinazione tra redditi bassi e incombenze del debito sulle spalle, siano stati tagliati fuori dal mercato immobiliare: l'età media degli acquirenti di case è salita a 46 anni, la più antica da quando la National Association of Realtors ha iniziato a tenere registri quarant’anni fa. Non sono certo messi meglio sul fronte dei prestiti e degli investimenti. La percentuale di Millennials americani di età inferiore ai 35 anni che possiedono titoli è scesa dal 55% nel 2001 al 37% nel 2018. Il patrimonio di una famiglia di Millennials è del 40% inferiore rispetto alle famiglie della Gen X nel 2001 e del 20% più basso rispetto alle famiglie Baby Boomers alla fine degli anni '80. Per anni  Washington Post e il Pew Research Center, hanno continuato a riferire che i giovani Millennials acquistavano meno auto e case rispetto a quanto avessero fatto i ragazzi delle generazioni precedenti. Nel 2016, circa il 34% degli americani sotto i 35 anni possedeva una casa. Ma quando i Baby Boomers e i ragazzi della Gen X avevano la stessa età, circa la metà di loro già possedeva una casa. In linea di massima quindi i Millennials comprano meno case e meno macchine ma questo non perché non le vogliano, quanto più perché non possono permetterselo. Secondo il Joint Center for Housing Studies dell'Università di Harvard, il prezzo di vendita tipico di una casa unifamiliare nel 2017 era 4,2 volte superiore al reddito familiare medio ma addirittura il 30% in più rispetto al 1988. La ragione alla base di tutto questo tracollo è da rintracciarsi in una grande e finta promessa fatta ai Millennials: “Se sarai istruito, se farai il College poi avrai un futuro economico raggiante”. I Millennials sono la generazione più istruita della storia degli Stati Uniti fino a oggi. Ma con l'aumentare del costo del College, milioni di giovani hanno ricevuto prestiti studenteschi per completare la laurea. I laureati con meno di 35 anni hanno un debito medio che è circa il 40% in più di quello della generazione precedente. A questo quadro va aggiunto il boom della Gig Economy che produce sì occupazione ma precaria e spesso sottopagata. Il futuro? Niente di buono, secondo gli analisti di Credit Suisse, citati dalla rivista The Atlantic, i gli unici a essere sicuri, tra i Millennials, sono gli occupati con alte skills in settori come tecnologia e finanza. Insomma, e se domani? Staremo a vedere, ma intanto, anche l’oggi non è certo bellissimo.  Le tasse del futuro? Le pagheranno i robot Il futuro dei computer e dell’intelligenza artificiale, il piano industria 4.0 e la robot tax. Tutti argomenti che verranno trattati lunedì 23 settembre all’interno della seconda edizione del forum “Fisco & Futuro” organizzato da Eutekne a Torino al teatro Carignano. Tra i relatori il matematico Piergiorgio Odifreddi. In arrivo le scarpe camaleonte  Si chiama Photocromeleon ed è un inchiostro riprogrammabile, ovvero che cambia colore. È stato progettato nei laboratori d’informatica e d'intelligenza artificiale del MIT, il Massachussetts Institute of Technology. Il liquido magico promette di far cambiare colore alle auto, agli accessori e alle scarpe. La dieta giusta per i Perennials A ognuno la sua dieta: è l’idea della startup che prende il nome della nuova categoria sociologica, quella degli over ’40. La nuova idea imprenditoriale si rifà al grande successo dell’onda vegana e promette benessere per cervello, intestino e ossa grazie al potere delle piante. Il pezzo forte è un latte vegano di mandorle e piselli. Ovviamente i prezzi rendono questi prodotti non proprio per tutti: per 12 confezioni si devono sborsare più di 40 dollari oltre la spedizione....

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LA CHINESE SUPER LEAGUE VOLA, NONOSTANTE LA LUXURY TAX
LA CHINESE SUPER LEAGUE VOLA, NONOSTANTE LA LUXURY TAX
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Il successo della Chinese Super League Da cinque anni il calcio in Cina è in crescita per popolarità e ricchezza, tanto da attrarre nella Chinese Super League giocatori europei e sudamericani. Il campionato di calcio cinese ha aumentato i suoi ricavi arrivando a 250 milioni soltanto per i diritti TV, comprati dal colosso cinese TI’ AO POWER per 1,1 miliardi di euro fino al 2020. Nel 2018 gli stadi hanno registrato una media d’ingressi di 25mila spettatori raggiungendo via TV oltre 100 milioni di spettatori.  Sicuramente uno dei tanti motivi che hanno portato gli spettatori di tutto il mondo ad avere l’attenzione indirizzata verso le partite disputate in Cina, sono gli acquisti che le squadre del continente hanno fatto nei campionati europei. Tra questi anche Marko Arnautovich, passato allo Shanghai Sipg per 25 milioni di euro. Nel corso di luglio le sedici squadre della Super League hanno avuto la possibilità di modificare le rose costruite fino a fine febbraio. In Cina sono andati anche diversi giocatori italiani come Graziano Pellè e Stephan El Shaarawy allo Shanghai Shenhua dalla Roma per 18 milioni e allenatori come Donadoni, tecnico dello Shenzen Lippi o Cannavaro, allenatore addirittura della Nazionale di calcio della Cina. China Luxury Tax Nel 2017 il governo cinese ha imposto la Luxury Tax secondo la quale i club che volevano comprare un giocatore straniero dal valore superiore ai 6 milioni di dollari, devono pagare una tassa pari all’entità del pagamento cosicché, alla fine, la squadra paga esattamente il doppio per ogni giocatore comprato. La regola, introdotta per favorire la crescita di giocatori cinesi, per valorizzare il vivaio di giovani del luogo in vista dei Mondiali 2050, ha ovviamente limitato le finestre di mercato anche se, non ci scordiamo che, proprio nel calciomercato estivo del 2019, sono arrivati grandi nomi come Bakambu, Paulinho, Modeste, Talisca e Hamsik. Tra i trasferimenti più costosi che hanno portato molti stranieri a giocare in Cina c’è pure il venezuelano Salomon Rondon, preso dal Dalian Yifang che lo ha pagando 18 milioni al West Bromwich, e l'ex Sampdoria Fernando, acquistato dal Beijing Guoan per 15 milioni , 5,4 per il prestito e 9,6 per il riscatto obbligatorio nel 2020).

CALCIOMERCATO 2019: I COLPI PIÙ COSTOSI FATTI IN SERIE A
CALCIOMERCATO 2019: I COLPI PIÙ COSTOSI FATTI IN SERIE A
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Non solo cifre da capogiro per i trasferimenti nel calciomercato europeo, ma anche, e soprattutto, in quello italiano. La sessione estiva in Serie A, durata due mesi, dal 1° luglio al 2 settembre, ha visto le squadre coinvolte spendere complessivamente più di 1.1 miliardi di euro. Juventus, Napoli ed Inter le protagoniste del mercato. Ma chi è stato veramente a spendere di più? Ecco la Top 10 dei giocatori più pagati dell'estate italiana: Ultimo posto della classifica per Valentino Lazaro: il difensore 23enne dell’Hertha Berlino è passato all’Inter per 22 milioni. Penultima postazione per Alex Meret: il portiere è passato dalla Spal al Napoli per 22 milioni. Ottavo posto per Pau Lopez: il portiere che ha 24 anni è stato ceduto dal Betis Siviglia alla Roma per 23,5 milioni di euro. Franck Kessié, riscattato dal Milan per 24 milioni, dopo le ultime due stagioni giocate nell’Atalanta. Rafael Leão, attaccante del Lille che è stato comprato dal Milan per 25 milioni. Al quinto posto c’è Cristian Romero, difensore che la Juventus ha comprato dal Genoa per 26 milioni di euro. Al quarto posto c’è Kōstas Manolas che è passato dalla Roma al Napoli per 36 milioni di euro. Sul gradino più basso del podio troviamo sempre il Napoli che ha comprato dal PSV Hirving Lozano spendendo ben 38 milioni di euro. Medaglia d’argento per l’Inter che ha per Lukaku, attaccante del Manchester United, la bellezza di 65 milioni di euro, diventando così il giocatore più pagato nella storia del club nerazzurro.  Primo posto per la Juventus che ha speso 85,5 milioni di euro per l’olandese dell’Ajax De Ligt. 

CALCIOMERCATO ESTIVO 2019: I TRASFERIMENTI PIÙ COSTOSI
CALCIOMERCATO ESTIVO 2019: I TRASFERIMENTI PIÙ COSTOSI
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Calciomercato estivo 2019: la top 5 Premier League, Bundesliga e Liga, ecco i campionati che hanno speso di più nel calciomercato estivo 2019. Ma quali sono le cifre dei trasferimenti che hanno investito complessivamente oltre mezzo miliardo di euro? Ecco i cinque giocatori più pagati dei campionati europei, dal difensore dei record al nuovo talento del calcio portoghese. Quinto in classifica è il difensore francese Lucas Hernandez, campione del Mondo con la Francia 2018. L’ex Atletico Madrid è stato ceduto ai tedeschi del Bayern Monaco per 80 milioni di euro. Harry Maguire, difensore che il Manchester United ha acquistato dal Leicester City spendendo ben 87 milioni di euro. È la più alta cifra mai pagata per acquistare un difensore. Eden Hazard. Il Real Madrid ha dato 100 milioni al Chelsea per far approdare in Spagna il giocatore belga. Antoine Griezmann è passato dall’Atletico Madrid al Barcellona per 120 milioni di euro. Il Barca ha messo su di lui una clausola rescissoria di 800 milioni. Joao Felix è il giocatore più costoso di questo calciomercato. L’ex Benfica è stato acquistato dall’Atletico Madrid che ha sborsato 126 milioni di euro per portarselo a casa. Se volessimo stilare poi una top ten delle transazioni più impegnative di questo calciomercato estivo del 2019, quindi se procedessimo nel completare le posizioni mancanti, troveremmo: Romelu Lukaku: l’Inter ha pagato 65 milioni di euro il Manchester United per far approdare l’attaccante in nerazzurro. Rodri: il Manchester City se l’è aggiudicato pagando 70 milioni di euro l’Atletico Madrid. Frenkie de Jong: protagonista indiscusso della stagione dell’Ajax, il centrocampista è passato dalla squadra olandese al Barcellona per 75 milioni di euro. Mattijs de Ligt La Juventus ha acquistato il talento dell'Ajax classe '99 per 75 milioni di euro. Nicolas Pepé, che il Lille ha venduto all’Arsenal per 80 milioni di euro. L’ivoriano ha segnato 23 gol in 41 partite durante la scorsa stagione.

ECCO LA CHAMPIONS DEL NUOTO
ECCO LA CHAMPIONS DEL NUOTO
ECCO LA CHAMPIONS DEL NUOTO

Il progetto Isl (International Swimming League) è firmato dal magnate ucraino Konstantin Grigorishin che ha deciso di regalarsi e di regalare al grande pubblico, sfide emozionanti tra i più forti nuotatori del mondo. Sei squadre per l’Europa, sei per gli Stati Uniti, ognuno composta da dodici atleti, sei uomini e sei donne, si sfideranno dal prossimo ottobre in un girone all’italiana avvincente, che promuoverà le prime otto classificate alla finale di Las Vegas a dicembre. Venti milioni di dollari è il budget che Grigorishin ha stanziato per questa manifestazione, un terzo del quale verrà suddiviso tra tutti gli atleti. Il premio minimo di partecipazione sarà di 10 mila dollari, più strada farà la squadra, più guadagneranno i suoi nuotatori, in modo da dare significato a tutte le gare. Un nuovo modo di pensare che ha evidentemente ingolosito la maggioranza degli atleti, che spesso finalizzano la loro preparazione solo sul grande evento stagionale, ovvero Mondiali e Olimpiadi. Ambasciatori di questa iniziativa sono Federica Pellegrini e Adam Peaty, convinti che questa sia la nuova frontiera del nuoto, per consentire guadagni più consoni alla loro attività di atleti. La Fina, federazione mondiale del nuoto, sta osteggiando questo progetto per paura di perdere potere nei confronti dei nuotatori, che non si sentono adeguatamente compensati dai premi messi in palio nei meeting e nei grandi eventi sotto la sua egida. Ancora da stabilire la composizione di alcune squadre, le sedi e le date, ma c’è da credere che alla fine Isl e Fina troveranno un compromesso in favore soprattutto degli atleti e degli appassionati, che potranno gustarsi le grandi sfide del nuoto sempre più di frequente.

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